giovedì 20 novembre 2008

Come un avvoltoio sulla preda


Da piu’ di tre mesi abbiamo un piccolo paziente di 10 anni circa, abbandonato nel reparto pediatrico. E’ handicappato mentale grave. Non cammina, ed e’ totalmente incontinente. Ci era stato portato dai parenti per un ciclo di fisioterapia. Avevano promesso che sarebbero venuti a vederlo regolarmente, ma poi, subito dopo il ricovero, sono scomparsi tutti quanti. Qualche volta vedevamo dei bambini piccoli che passavano fugacemente durante l’orario di visita; se provavamo a chiedere loro notizie dei genitori, ci ripetevano sempre la stessa cantilena: “Atakuja kesho” (cioe’: verra’ domani).
Ora pero’ il vaso e’ colmo. Dopo tre mesi mi sento in cuore il diritto di richiamare loro il dovere dell’onesta’, e, senza neppure rendermi conto appieno, mi rivesto di stucchevole paternalismo. Decido di portare a casa il paziente, che in effetti non sta assumento alcuna terapia: semplicemente ogni giorno fa la fisioterapia.
Mi faccio accompagnare da Gatwiri, durante la pausa pranzo, sperando di fare molto in fretta: infatti casa sua non e’ distante piu’ di due chilometri. Prendiamo l’ambulanza e ci incamminiamo. La strada e’ asciutta, nonostante ci siano grandi pozzanghere, in seguito all’acquazone della notte scorsa.
chaaria market.JPGRaggiungiamo in fretta il torrente Mariara, al di la’ di Chaaria market. Attraversiamo il ponte senza problema, ma subito dopo ci rendiamo conto che parte della strada e’ crollata a causa di uno smottamento: non ci rimane che proseguire a piedi.
“ Quanto manchera’?”, chiedo a Gatwiri. “Circa un chilometro, ma la strada e’ in salita”. Decido di parcheggiare l’ambulanza, e di prendere il piccolo sulle spalle. Il sole e’ ora caldissimo, ed immediatamente goccioloni di sudore cominciano a sbocciare dalla mia fronte e a calarmi inesorabili sugli occhi. “Il dado e’ tratto. Si continua”, ripeto a me stesso prima ancora che alla mia accompagnatrice. Al piccolo non posso dire niente, in quanto non e’ in grado neppure di capire dove si trova. Penso tra me e me: non e’ che non lo vogliamo ricoverare dai Buoni figli, ma ci vuole anche un po’ di protocollo. Se ora basta abbandonare un handicappato in ospedale perche’ automaticamente passi poi nel gruppo dei nostri deboli mentali, siamo davvero fregati: non bisogna assolutamente creare dei precedenti, altrimenti in un mese ci riempiamo fin sopra i tetti. Mi inerpico su per il sentiero facendo una fatica immane. Mi tornano alla mente momenti della mia gioventu’, quando, zaino in spalla, scalavo il Monviso o lo Chaberton... allora mi pesava di meno; ora ho il fiatone e le gambe mi tremano. Alla mia destra la collina continua a salire, tra macchie di boscaglia, campi coltivati e modeste abitazioni in legno con il tetto in lamiera.

Alla mia sinistra c’e’ un dirupo appena creato dalle recenti precipitazioni. In fondo ad un piccolo canyon un torrente stagionale scorre impetuoso con le sue ponticello.JPGacque di color marrone scuro. La vista e’ bellissima e si perde verso l’orizzonte in colline che si inseguono all’infinito. Ora e’ tutto verdissimo e la vita e’ rigogliosa. Rigagnoli d’acqua scorrono giu’ per i campi in discesa, quasi come arterie e vene che portano nuova vita alle zolle appena rivoltate e ormai popolate dai virgulti dei nuovi raccolti.
Arriviamo in vista di una casa in condizioni discrete. “Dovrebbe essere qui”, dico a Gatwiri. “Vedi che poi non stavano cosi’ male; non erano cosi’ poveri!”. Invece, una vecchietta ci dice che dobbiamo continuare un po’, accerchiare l’appezzamento della magione che si trova di fronte ai nostri occhi, e poi scendere a mezza costa sulla collina. “Ancora un piccolo sforzo”, mi dico ansimando. Ma cio’ che veramente mi toglie il respiro non e’ l’ultima discesa, anche se ripida; e’ invece quello che mi trovo davanti: una capanna di fango con il tetto di paglia. Nessun pavimento, se non la nuda terra. Ad accoglierci una donna giovane ma emaciata, dagli abiti logori e stracciati.
Appena mi vede, accenna un sorriso imbarazzato. Non ci aspettava. E’ tutta sporca e non ha nulla da offrirci. E’ infatti appena tornata dalla shamba (il campo). Mi dice di lasciare il bambino sotto una pianta di mango carica di frutti grossi e rubicondi, e poi inizia ad indaffararsi per prepararci qualcosa.

“Gatwiri, dlle di non preoccuparsi perche’ non prendiamo nulla! Chiedile solo se posso vedere l’interno della capanna”.
Passano alcuni minuti che a me sembrano eterni. Guardo la collina in silenzio; vedo un falchetto che volteggia leggero senza muovere le ali di un millimetro... probabilmente aspetta una preda ignara, per poi piombarsi su di lei in picchiata. Mi identifico un po’ con quel rapace e provo una morsa allo stomaco.
Gatwiri mi chiama dopo un attimo: “ha detto che siamo i benvenuti”.
Entro abbassando leggermente la testa per non picchiare sullo stipite della porta. Ce’ una sola stanza, con pavimento in terra battuta e tetto di paglia. La camera e’ divisa in due parti da una tenda, che comunque lascia intravvedere un povero giaciglio dietro di essa. Al centro un tavolo e due sedie. Sulla mensa un pentolone con un po’ di ugali (polenta) ancora fumante.
“Dove dormirebbe il bambino?”.
La mamma indica alcuni cartoni in un angolo del pavimento, e sussurra con voce tremante: “E’ la’ che dormiva prima che lo portassimo in ospedale. Non ho alternative!”
“Dove e’ tuo marito?”
“E’ morto in un incidente alla cava delle pietre ormai 4 anni fa. Era pagato a giornata, per cui non portava a casa molti soldi. Non siamo mai riusciti a costruire una nuova abitazione in legno. Lui, Njiru, e’ il nostro primogenito. E’ nato cosi’ per un travaglio prolungato a domicilio. Non avevamo soldi per andare in ospedale a partorire. Anche le altre due bambine piu’ piccole sono nate qui in questa capanna. Normalmente sono le donne del villaggio che vengono ad aiutarmi, quando iniziano le contrazioni: sono molto buone, ma non sono dei medici e a volte le cose possono anche non andare per il meglio. Quando mio marito e’ mancato, ero incinta della piu’ piccola. Ti ho portato Njiru in ospedale perche’ non ce la faccio piu’ a seguirlo. Sta diventando pesante, e non riesco piu’ a caricarmelo sulla schiena mentre vado nei campi a lavorare, o quando mi reco al mercato a vendere i mango. Lasciarlo a casa da solo e’ anche un problema: una volta ha avuto le convulsioni, e alla sera l’ho trovato che era quasi morto nella sua urina e nelle bave che ancora uscivano dalle sue labbra.
Te l’ ho portato e poi sono sparita perche’ non ho soldi per pagare l’ospedale: come avrei fatto a chiederti di ricoverarlo dai Buoni Figli, quando non riuscivo neppure a coprire le spese delle medicine che gia’ gli avevate somministrato.
Non ho veramente trovato la forza di venire a parlarti. Pero’ mandavo le bambine, e sapevo che Njiru era accudito e stava bene. Ora, se me lo lasci a casa, non so davvero che cosa faro’. Noi riusciamo a mangiare solo perche’ mi prendono nei campi a giornata. Mi pagano 100 scellini al giorno. Ma se lui e’ a casa, non potro’ certo fare la bracciante nella shamba di qualche padrone...”
Poi un silenzio imbarazzante cala tra di noi.
Solo le due bimbe continuano ad essere contente e divertite dal fatto di vedere un bianco nella loro capanna. Corrono avanti e indietro a piedi nudi, e si ripetono l’un l’altra: “Mzungu, Mzungu”.
Gatwiri non parla. Io guardo il soffitto di paglia, e, attraverso la porta aperta, riesco a scorgere il bimbo handicappato sotto l’albero di mango. In un brevissimo flash back mi torna in mente l’avvoltoio che plana nel cielo pronto a colpire.
Mi viene da piangere. Mi sento uno stupido, e poi dico a Gatwiri: “torniamo in ospedale”.
“E lui lo lasciamo qua?”
“Certo che no! Aiutami a rimettermelo sulle spalle. Lo teniamo in ospedale finche’ si fara’ un posto dai Buoni Figli. Di’ alla madre che non si preoccupi, e che venga a trovarlo tranquillamente, perche’ un buon samaritano lo troveremo senz’altro”.
A questo punto la mamma rimane paralizzata per un momento; non fiata e guarda a terra perche’ non sostiene il mio sguardo. E’ chiaramente commossa ma non sa cosa dire. Mi aiuta a caricarmi il piccolo sulle spalle e poi mi accompagna mentre, ansimando, riprendo la salita verso l’ambulanza.
Sono stato veramente stupido. Ho voluto dare una lezione, ed invece ancora una volta ne ho ricevuta una dura come una frustata.
Io non sono mai in grado di giudicare gli altri, e tutte le volte che tento di farlo, sbaglio rovinosamente. Il compito del missionario poi e’ quello di mettersi a servizio della gente, senza insegnare niente, senza giudicare, senza umiliare.
Ho fatto un altro errore madornale, ma so che e’ sbagliando che si impara e si cresce. Mi sono preso un pugno nello stomaco che mi fa ancora male, ma voglio accettare gli insegnamenti che Dio mi ha dato oggi attraverso questa donna minuta ed illetterata che ancora mi cammina a fianco e accarezza ripetutamente il suo Njiru.
Mi guardo attorno: la natura selvaggia, il solleone, il caldo tremendo mi riportano a pensare a quanto dura e’ la vita dei poveri. Noi che abbiamo la corrente elettrica, l’automobile ed il telefonino, non possiamo neppure immaginare cosa significhi essere vedova, con tre bambini piccoli, in una capanna di fango e paglia, a cercare tutti i giorni qualcosa da mettere sul tavolo dei tuoi pargoletti.
Che il Signore perdoni la mia superficialita’ e mi aiuti a calarmi profondamente nella vita dei poveri, per im
parare a capirli, a giustificarli e ad amarli ogni giorno di piu’.

Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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