giovedì 13 novembre 2008

Dice il saggio...


“Ragazzi” sussurro’ amorevolmente Teresa, che colse perfettamente il nostro stato d’animo “la povertà, in Africa come in troppe altre parti del mondo, non si misura soltanto in soldi e cibo. La povertà è soprattutto la mancanza di scelte, l’assenza di alternative che siano sostenibili nel tempo, di vie d’uscita realisticamente percorribili.

Non significa che l’A.I.D.S vada ignorato. E’ una piaga troppo grande. L’importante, però, è l’avere sempre ben presente quali sono le potenzialità, le disponibilità sociali ed economiche di dove si opera. Il confronto costante con la gente e con la realtà culturale locale, insegna che ciò che può essere il meglio in Italia può non esserlo qui da noi. L’Africa non è la fotocopia in bianco e nero dell’Europa.
So che forse è ovvio, ma ciò che si decide di fare, per poco che possa sembrare, va fatto bene, insieme con la gente, considerando tutte le conseguenze, altrimenti può essere dannoso e sprecare risorse.
L’impiego dei test HIV per il controllo del sangue da usare per le trasfusioni, l’uso dei fondi per piccoli progetti di istruzione ed educazione sessuale dei giovani, effettuare gratuitamente l’esame a chi lo richiede, spiegandone bene l’utilità e la valenza, sono strade pratiche e sostenibili.
Credo che questi anni di Africa mi abbiano insegnato che la strada vada cercata a poco a poco, camminando insieme alla gente del luogo, che conosce meglio di ogni altro le sfumature di questo mondo, un affresco di persone con un volto ed un nome” concluse Teresa.

Il Saggio





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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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