domenica 9 novembre 2008

Lina e le donne di Chaaria


Lina è tornata da Nairobi. La sua faccia è terribile, molto peggio di quanto lo fosse prima della radioterapia. Ora anche lo zigono destro è enorme, e gli occhi sono entrambi chiusi permanentemente dalla massa. Mancavano ancora tre sedute di radioterapia, ma i dottori hanno deciso di smettere, sia perchè non c’è stato nessun miglioramento, sia perchè le condizioni generali della paziente sono gravemente compromesse. Lina è ormai uno scheletro. Non si nutre quasi più a causa della enorme massa carnosa che ora le riempie pure la bocca.
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La cosa strana è che si trova in uno stato di grande euforia: non so se le è stato fatto del cortisone. Lei è convinta di essere stata portata a Chaaria solo perchè da tre giorni aveva la febbre, e questo, a suo parere, è l’unico motivo per cui hanno sospeso la terapia radiante. La realtà è ben diversa: la febbre dipende dalla sua immunità ormai ridotta ai minimi termini.
Ora dovrò trovare il modo di dirle che al Kenyatta non ci andrà più, e sono sicuro che non sarà assolutamente facile perchè lei tenterà di negare la realtà e forse penserà che sono io a non volere che questo ciclo possa essere concluso.
Chiedo al Signore che mi dia le parole giuste.
Ora credo che per Lina sia arrivato il momento di “gettare la spugna” e di affidarsi solo ad una terapia palliativa che la faccia soffrire il meno possibile, fino al giorno in cui la morte la incontrerà.

Con Charity è stato più facile perchè da quasi subito a lei il tumore aveva intaccato lo stato di coscienza: Charity infatti non è mai stata totalmente al corrente della sua situazione; inoltre è sempre apparsa piuttosto confusa. Lina invece è lucida e determinata. Lei vuole continuare ad oltranza, anche quando gli specialisti le dicono che non ci sono ragioni scientifiche per continuare con terapie aggressive.
Pensateci in questo compito non facile.


PS: la scorsa notte ho dovuto suturare una donna a cui il marito aveva staccato il pollice destro e quasi amputato la mano sinistra, durante un momento di follia. Il crimine, come al solito, era stato compiuto con un machete (o panga, in Kiswahili), e la malcapitata è stata portata in ospedale dai vicini di casa che hanno usato la consueta ambulanza tradizionale: cioè un carretto trainato da una mucca.
A parte tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare riguardo alla violenza all’interno del nucleo familiare, desidero condividere solo un aspetto che mi ha veramente colpito: la donna, pur in preda ad un dolore lancinante e ad una importante emorragia, non ha mai espresso alcun giudizio negativo sul coniuge. Inoltre, nel momento stesso in cui io cucivo e cercavo di salvare il salvabile, lei continuava a pensare al suo figlioletto di sei mesi: mi ripeteva che fuori c’erano altre donne, e che il suo piccolo non avrebbe dovuto andare a casa, ma sarebbe rimasto con lei in ospedale, perchè lo avrebbe allattato durante la notte.
Io non riesco veramente a spiegarmi da dove le donne prendano tutta questa forza interiore.
Che monumento è la donna africana, e che mistero è la maternità: è come se la madre ormai non si appartenesse più e vivesse solo per la sua creatura. E’ troppo commovente per me pensare ad una paziente fatta a pezzi, una paziente che avrebbe potuto essere stata uccisa pochi minuti prima, in quanto il colpo era diretto al collo e lei lo ha parato con entrambe le mani, non parlare mai del suo dolore o dell’handicap che ne seguirà, ma pensare unicamente al pargoletto di sei mesi che ha fame ed ha bisogno del suo seno.
Ringrazio Dio per queste donne, ed anche oggi mi rafforzo nella mia convinzione che saranno loro a salvare questo continente, a farlo camminare verso un futuro più roseo, e a donare ai loro figli tutto quanto esse non han potuto godere per se stesse.
Senza il pollice sinistro, la mia malata sarà svantaggiata per tutta la vita. Spero comunque di aver fatto un buon lavoro per la mano destra, in modo da permetterle ancora di lavorare per quei pargoli a cui si è totalmente votata .

Ciao Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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