venerdì 26 dicembre 2008

Integrazione e personalizzazione a Chaaria


Sono questi altri due concetti molto cari alle scienze sociali.
Anche se siamo molto lontani dagli standard della Piccola Casa di Torino, pure in questi settori stiamo cercando di fare del nostro meglio per i nostri handicappati mentali.
INTEGRAZIONE significa fare in modo che i disabili riescano ancora a far parte del tessuto sociale che li circonda, almeno quanto piu’ sia possibile.
Onestamente non ci e’ molto facile mettere in pratica questo principio. Un problema elementare che ci troviamo di fronte e’ rappresentato dalle condizioni delle strade. Appena si esce dal cancello della Missione e’ praticamente impossibile spingere una carrozzina. Questo fa si’ che solo coloro che camminano possano a volte essere accompagnati per delle passeggiate a piedi.
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Alcuni dei ragazzi meno gravi pero’ escono anche da soli: Kimani va a Chaaria tutte le domeniche; Jeremia, Gatembo e Simon escono spessissimo ed hanno amici da andare a trovare.
Fiorenzo Meme e John Kiberenge hanno spesso inviti in case private, e noi offriamo loro il trasporto in auto in quanto, essendo paraplegici, non potrebbero raggiungere le loro destinazioni.
Anche le visite al Centro di molti gruppi parrocchiali o scolastici possono in qualche modo contribuire ad una maggiore integrazione.
Purtroppo con le famiglie e’ sempre molto difficile: normalmente quando un ragazzo ci viene portato, tutti promettono collaborazione, visite frequenti ed anche qualche sostegno economico per la Missione. Ma poi, si sa che, come si dice a Napoli: “passata la festa, gabbato lu santu”: i familiari infatti si dileguano nel nulla e noi non abbiamo davvero le forze necessarie per andare a cercarli nelle rispettive abitazioni. Tra l’altro questo implicherebbe pure un enorme consumo delle automobili, visto che molti dei nostri handicappati provengono da zone molto remote dove non potremmo usare il telefono, e dove le strade sono pessime. E’ per noi molto triste ogni volta che questa storia si ripete. Ci sembra di cadere nell’eterno tranello della “sostituzione”, di cui tanto spesso gli istituti sono stati accusati in passato: non vogliamo creare disinteresse e delega da parte della famiglia, ma e’ davvero molto complesso evitarlo. Forse ci vorrebbe un assistente sociale a tempo pieno che si occupasse solo di andare a domicilio a sensibilizzare i parenti.


PERSONALIZZAZIONE invece si riferisce al principio secondo cui non dobbiamo offrire lo stesso trattamento a tutti, perche’ questa eguagliaza di servizi erogati potrebbe diventare una grossa ingiustizia. La misura della carita’ e’ infatti dare ad ognuno quanto necessita per giungere ad una vita dignitosa, ed e’ chiaro che il piu’ grave ha bisogno di piu’ attenzioni e piu’ tempo.
Pero’ un vero rischio in costesti come il nostro e’ quello di livellare al basso tutti gli handicappati mentali, perche’ i piu’ gravi sono quelli che assorbono la maggior parte delle nsotre energie sia fisiche che mentali. Il pericolo e’ che bisogni elementari come l’igiene e l’alimentazione, ci assorbano cosi’ tanto da farci dimenticare altre dimensioni come quella sociale, quella della sfera emotiva ed affettiva, quella della soddisfazione personale e dell’autorealizzazione.
In Italia si fanno i PEI (progetti educativi individuali) proprio per evitare il pericolo che vi ho accennato. Noi chiaramente non siamo giunti a tale livello, ma alcune cose le abbiamo implementate.
Per esempio le attivita’ occupazionali tengono sempre conto delle potenzialita’ del ragazzo disabile: c’e’ chi e’ responsabile della pulizia del pollaio; altri aiutano in cucina; altri ancora hanno ottenuto una parte di campo dove coltivano del tabacco che poi vendono con piena liberta’ di gestire il piccolo ricavato.
I piu’ gravi invece lavorano con Sr Lucy nei laboratori occupazionali, dove confezionano collanine, braccialetti, calchi in gesso e puzzle. Anche nei laboratori ognuno contribuisce a seconda delle proprie capacita’, e mette a frutto i propri talenti.
Alla fine dell’anno i proventi ricavati dalla vendita di questo materiale viene poi usato o per l’acquisto di nuovi capi di vestiario o per l’organizzazione di una gita. Sappiamo che molto dobbiamo ancora fare, ma tutto cio’ e’ gia’ un inizio da cui partire per ulteriori miglioramenti.

Fr Beppe Gaido

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CHAARIA NEWS
La notte tra il 25 ed il 26 dicembre e’ stata molto difficile, con quattro cesarei, due malcapitati attaccati dai ladri e gravemente feriti, un aborto spontaneo. Le ore di sonno sono state pochissime ed il giorno di santo Stefano ha registrato il “tutto esaurito” di pazienti... con qualche problema da parte nostra, in quanto “azzoppati” dalle molte persone assenti a causa dell’orario festivo.



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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