domenica 18 gennaio 2009

Grazie del vostro sostegno

Carissimi amici,
i mesi di novembre e dicembre sono stati particolarmente pieni e ricchi di cose belle ed esaltanti.
Prima di tutto abbiamo avuto la gioia di avere volontari molto buoni dall’Italia: ci sono stati chirurghi, infermieri, ma anche persone che a vario titolo ci hanno offerto la loro professionalità. Abbiamo lavorato molto con i volontari, ma siamo anche stati moto bene tra noi e ci siamo arricchiti a vicenda.
Anche in questo periodo il lavoro non è mancato, come non sono mancati i casi veramente pietosi e poveri.
Desidero ringraziare tutti coloro che hanno voluto mandare un aiuto economico, che sarà usato con coscienza nel servizio dei poveri e nei settori dove le persone fanno più fatica a trovare i soldi necessari alle cure: soprattutto cura dei malati di AIDS in stadio terminale e programma trasfusionale per bambini con malaria grave.
Grazie anche a tutti coloro che hanno scritto: una lettera è metà dell’amico, dice un proverbio kiswahili, intendendo dire che, se l’amico lo puoi godere pienamente soltanto quando puoi stare con lui, è anche vero che il rapporto epistolare è di una importanza grandissima, soprattutto nelle nostre condizioni in cui le comunicazioni telefoniche sono praticamente impossibili. Grazie quindi di tutto: dei soldi, delle medicine, degli strumenti, dei libri, delle audio-cassette, dei dischetti e di tutte le lettere che mi hanno riempito il cuore di gioia. Sto cominciando a rispondere e chiedo perdono a chi non ha ancora ricevuto la mia risposta: prometto che scriverò con calma a tutti.

Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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