domenica 18 gennaio 2009

La morte

Mi dirigo verso l'obitorio, prendo in braccio l'involucro contenente un bambino morto durante il giorno e mi dirigo verso il cimitero della missione. «E' un lavoro che mi sforzo di fare con la massima delicatezza», spiego ad una volontaria che mi segue con la pila; «quando i bimbi deceduti vengono lasciati in ospedale, noi non possiamo permetterci delle bare e quindi li avvolgiamo in teli di plastica». Vado avanti in silenzio e la giovane italiana mi segue illuminando il sentiero davanti a me. funerale4.JPGArriviamo al cimitero; ho il bambino in braccio e lo devo depositare un attimo sulla nuda terra. Quindi apro l'imboccatura della fossa, chiusa da pesanti assi di legno e lamiere ondulate. Sto per lasciare andare il bambino, ma ho un sussulto: mi giro verso la volontaria e la guardo con occhi che cercano comprensione. Quasi mi scuso di quello che vedrà fra pochi secondi. Non c'è altro modo, è una fossa comune scavata da poco e il bambino precipita per vari metri con un tonfo sordo sulla poca terra che protegge il bimbo seppellito prima di lui la notte scorsa. Qualche palata di terra per coprirlo, una preghiera breve, lo sguardo che per un attimo fissa il fondo della buca, e poi faccio cenno alla ragazza di tornare. Mi preoccupo che tutto questo le possa sembrare disumano, ma per noi è una pratica così frequente che purtroppo non riusciamo davvero a fare meglio. Camminando lentamente verso l’ ospedale la giovane infermiera mi chiede come faccio a non crollare, a non sentire il dolore, la fatica. Io le dico che è più dura quando un bambino ce l’ ho avuto ricoverato per tanto tempo, e quasi senza accorgermene, mi ritrovo a raccontarle la storia di Stella che era rimasta con me per anni e che aveva iniziato a chiamarmi papà. Poi era morta, spazzata via dall’AIDS, e io l'avevo sepolta con il dolore per la sua vita troncata a 11 anni, e perché chissà se qualcun altro ancora mi chiamerà mai più papà.

Fr Beppe

Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....