lunedì 19 gennaio 2009

Immagini da Chaaria


Cari amici vogliamo mandarvi alcune foto e darvi anche nostre notizie.
aImmagine 040.jpgInizio io: sono Njeru, normalmente detto Kanjeru. Sono stato operato di allungamento tendineo ed ora sto facendo la fisioterapia e spero che alla fine camminerò un po' meglio. Tutti dicono che sono una peste, ma poi alla fine mi vogliono tutti bene. Qui mi vedete con Giulia e Sr Florence.




aImmagine 345.jpgEd io invece sono John Kiberenge, il boss della situazione: io non mi mescolo molto con gli altri buoni figli aImmagine 346.jpgperchè lo so di essere più intelligente di loro. Ho il mio piccolo racket e posso comandare a Mururu, ottenendo sempre che mi obbedisca. I miei amici preferiti sono Meme, che oggi è malato e Karuru, l'uomo con la spina dorsale spezzata che nella foto seguente vedete insieme a Lucia.

aImmagine 405.jpgIo sono Edward Mkulima. Sono abbastanza intrattabile e caratteriale, ma lo so che i volontari italiani mi vogliono bene lo stesso. La cosa che mi ha fatto più felice è avere un paio di occhiali direttamente dall'Italia da parte degli studenti del Galvani.
Mi piacerebbe tanto potermi sposare e andare a vivere da solo, ma questi sono solo sogni.




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Io invece sono Mario. Qui nella foto sono con Sr Lucy e Giulia. Parlo un po' di italiano e so farmi volere bene. Vi saluto tutti caramente.








aImmagine 447.jpgEd infine io, il grande Alì: originario dell'Uganda, unico sopravvissuto della mia famiglia che è stata tutta trucidata ai tempi di Amin. Sono a Chaaria da quando ero piccolo. Sono autolesionista e mi picchio sulla testa, ma so anche sorridere e farmi fare le coccole.

Da parte di tutti noi un forte abbraccio ed un grazie a tutti.






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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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