“Si sa quando si entra in sala, ma non si sa mai quando si esce”… questa e’ una regola che ho imparato da tanto tempo e so che le complicazioni sono sempre in agguato, e possono metterci a durissima prova. Per questo non si entra mai in sala pensando che tanto si tratta di una operazione semplicissima e ben conosciuta.
“Ricordati che in sala il meglio e’ nemico del bene”, da sempre sostengono i miei maestri Giaccardi e Max... ed e’ proprio vero. I disastri piu’ grossi normalmente succedono quando gli interventi sono quasi terminati, quando vuoi mettere l’ultimo punto che renderebbe la sutura ancora un po’ piu’ sicura o estetica.
“Se poi le cose si complicano a tal punto che non sai piu’ dove mettere le mani, hai ancora un’ultima possibilita’:... quella di svenire”: cosi’ mi diceva uno dei miei professori di patologia chirurgica. Ma penso che questo sia un lusso che solo in Italia ci si possa permettere: infatti si spera, per il bene del paziente, che quando il chirurgo perde i sensi, ci sia qualcuno piu’ esperto di lui che continui l’operazione.
Qui e’ molto piu’ difficile. Di giorno posso chiedere a Ogembo di darmi una mano, ma di notte sono completamente solo.
L’ho sperimentato nuovamente ieri, quando per sbaglio ho inciso un vaso arterioso che poi si e’ ritratto lontano dalla breccia chirurgica. Ho tentato di tutto, fino ad esaurire le mie energie mentali e fisiche. Piu’ di una volta ho dovuto chiedere a Makena di tenere una garza schiacciata sull’ area da cui il sangue proveniva, perche’ io avevo bisogno di riprendere fiato, di appoggiarmi al lettino opertatorio con entrambe le mani in quanto mi veniva il capogiro.
Mi sentivo svenire, mi sarei dato degli schiaffi; continuavo a ripetermi: “che stupido sono stato a tagliare quel vaso... Non potevo pensarci due secondi prima?”.
Makena mi rassicurava ma aveva paura anche lei. Le mie mani tremavano ed anche la punta dell’ago non voleva saperne di andare dove la volevo dirigere... continuava a girarsi nel mio strumento andando sempre a perforare nel posto piu’ sbagliato.
Avrei voluto sepperllirmi, avrei voluto riavvolgere la macchina del tempo e decidere di non tentare quell’intervento: e se questa persona adesso muore? Fortunatamente abbiamo del sangue zero negativo. Ho lucidita’ sufficiente per dire a Jesse di iniziare una trasfusione in sala operatoria. Poi respiro profondo alcune volte, prima di rimettermi a fare il mio ricamo, alla ricerca di quel vaso ribelle. Come sempre il Signore c’e’: magari si nasconde per un momento, ma non mi lascia solo. Pian piano il fiume rosso inizia a diventare un ruscello, poi un rigagnolo e poi si riduce a poche gocce che controlliamo facilmente con una garza.
Sembra che il paziente sia stabile. Lui ha dormito e quindi e’ rimasto ignaro, anche se pure Jesse ha avuto paura perche’ la pressione precipitava in caduta libera.
Le mie gambe tremano. Non riesco quasi a camminare. Guardo il mio camicione verde. Sono imbrattato di materiale ematico dalla cintola in giu’. Anche i piedi sono a mollo nel sangue. Chiedo che qualcuno mi apra i legacci posteriori del camice, e mi siedo a terra per qualche momento. Mi gira la testa. Makena mi porta un po’ d’acqua e zucchero. Jesse continua a schiarirsi la voce con dei colpi di tosse nervosa e mi dice: “queste sono cose che capitano, dottore!”.
Io sono svuotato. Mi sento piu’ o meno come quando ero stato bocciato di clinica chirurgica o di istologia. Vado direttamente in doccia e cerco di riprendermi pian piano dallo spavento. Uccidere un giovane in sala sarebbe stata un’esperienza troppo dura per me. “Grazie Signore che ci sei e che anche questa volta sei venuto a mettere una pezza sui miei errori, da cui sempre imparo ma che possono veramente essere pericolosi per la vita dei pazienti. Quanta responsabilita’ mi hai dato Signore: continua a guidarmi perche’ a volte il pensiero di queste cose mi toglie la pace ed il sonno. So che stanotte mi rigirero’ tra le lenzuola, rivivro’ i tempi dell’operazione infinite volte, come in un film che sempre ricomincia da capo. So che dovro’ stare attento a non lasciarmi prendere dalle angoscie e dalle recriminazioni... Aiutami Signore a trovare la pace del cuore anche dopo questo intervento difficile”.
Fr Beppe
PS Un saluto ed un grazie particolare agli organizzatori, ai relatori e ai partecipanti del Convegno di Roma della Associazione Volontari Mission Cottolengo. Abbiamo avuto una breve videoconferenza e per noi di Chaaria e’ stato molto emozionante.
4 commenti:
Ciao nadia! Tanti auguri di buon anno! grazie davvero per quello che fai perchè per i volontari che tornano, vedere Beppe, sentirlo, leggere quello che racconta è un modo per sentirci ancora là e tenere vivo l'entusiasmo e il contatto umano. Un abbraccio!
ps Grande Beppe! Come sempre del resto!che bello vedervi e sentirvi.pinucciaaa: ti sono ricresciuti i capelli...devo tornare!
Cavolo!! non mi sembra vero!!! è stupendo potervi vedere e sentire!!! ciao ai nuovi volontari e un immenso abbraccio a pinuccia beppe james e godfrey... siete super!! vi voglio bene!|
Mi sono commosso a sentire il mio nome fatto da una persona cosi impegnata giornalmente nell'aiutare il prossimo. Grazie Beppe e grazie Nadia per avermi dato la possibilità di conoscere una persona cosi speciale e un progetto cosi importante.
Grazie di cuore a te e a tutta Chaaria per come mi avete accolta e fatta sentire importante! Non vedo davvero l'ora di tornare..per ora mi consolo leggendo il blog che è sempre emozionantissimo!grazie e auguri!
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