sabato 7 febbraio 2009

La vita è dura


Anche oggi a tutte le ore centinaia di mamme e papà hanno bussato alla porta dell'ospedale. Portavano i loro piccoli dopo ore e ore di cammino a piedi o in bicicletta. Per una coppia di genitori è stato troppo tardi. La malaria aveva già cantato vittoria sul corpicino indifeso della loro Dorcas. Oggi è giunta anche una giovane donna. Era stanca e sporca di terra. Stringeva al petto la sua bimba di pochi mesi ormai in coma per la malaria. Nel suo sguardo ho visto disperazione, paura e supplica fiduciosa di un miracolo. In pochi minuti sono riuscito a trovare la giugulare per la trasfusione di sangue. Ero convinto che dopo quell'intervento la piccola si sarebbe ripresa. Invece non ce l’ ha fatta e Florah è andata in paradiso dopo le prime gocce di sangue infuso. Il suo cuore era già scompensato e non ha saputo reagire, neppure quando il flusso vitale ha iniziato ad entrare nelle sue vene.
Ho avvertito un dolore infinito. Quella mamma ha abbracciato per l'ultima volta la figlia - gli occhi gonfi di dolore e il volto sconfitto. Poi ha chiesto di andare a casa immediatamente anche se era notte, per ritornare dagli altri figli che ancora hanno bisogno della sua protezione... Per Florah ormai non c’era più molto da fare. Dopo cena abbiamo portato al cimitero tre bambini di pochi mesi, una ragazza di nove anni deceduta per insufficienza cardiaca e una giovane di venti morta per HIV. Onestamente sono sempre molto scosso quando faccio questo servizio, anche dopo molti anni. Sotto questo cielo la vita è davvero dura! Il pericolo rimane invisibile, ma è sempre in agguato: quando la stagione delle piogge tarda o salta del tutto, ogni cosa secca e muore; le zanzare portano la malaria e le acque nascondono la dissenteria e malattie sconosciute.
A volte il pericolo è in agguato all’interno stesso delle persone, come per esempio per Lina, che è nuovamente ricoverata qui per trasfusione, prima di riprendere la chemio al Kenyatta: è ormai uno scheletro, un mostro, ma nella sua voce c’è una tenerezza ed una voglia di vivere che ti fanno piangere, e ti portano fino alle labbra la solita domanda: “Perchè, Signore?” . Anche la sua mamma è ormai un Cristo in croce: ti guarda con occhi imploranti e disperati. E’ qui ricoverata anche lei per stare vicina alla figlia. La comprende anche quando Lina la maltratta perchè ormai i suoi nervi sono allo stremo della sopportazione. Non posso neanche immaginare quanto sia dura per questa donna vedere sua figlia disfarsi pian piano sotto i suoi occhi senza possibilità di aiutarla, e rendersi conto che tutti le girano alla larga perchè non riescono neppure a sopportare la puzza emanata da quella massa tumorale orribile.
A volte invece il pericolo ti aspetta fuori: come è successo oggi ad un giovane, aggredito per strada da dei ladri che lo hanno accoltellato nella pancia. Fortunatamente siamo riusciti ad aiutarlo qui a Chaaria, perchè la lama si era infilata tra i muscoli, entrando quasi parallelamente all’addome, e non riuscendo quindi ad intaccare gli organi interni. Questo ragazzo era spaventato come un pulcino, ma ora riposa tranquillo in un letto della room 28; dopo l’ecografia di controllo mi ha detto una cosa molto tenera: “Che Dio ti conceda molti anni e tutte le benedizioni che desideri per l’aiuto che mi hai donato oggi” . E’ raro sentire il grazie dei malati, ma questa frase oggi mi ha ripagato più che un lauto stipendio.
E’ tardissimo anche oggi; non sembrava davvero sabato... La giornata è stata molto intensa e per certi versi convulsa. Ma mentre trascino le gambe per andare a letto, il mio cuore è colmo di gioia: anche oggi abbiamo donato la vita; non ci siamo risparmiati ed abbiamo portato a compimento la nostra missione di fare tutto quello che potevamo, finchè ne abbiamo avuto la forza.

Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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