Molte volte i farmaci a nostra disposizione non sono molto diversi da quelli che trovano nel dispensario del loro villaggio. Se poi leggiamo i loro documenti precedenti, sovente ci rendiamo conto che hanno assunto piu’ o meno tutto cio’ che e’ disponibile sul mercato, ma non sono migliorati.
Spesso dicono che altri dottori si limitano a dare medicine, senza dedicare neppure un momento al dialogo, con il risultato che alla domanda: “ che cosa ti ha detto il medico? Di che malattia ti ha parlato?”, la risposta e’ sovente: “Non mi ha detto niente”.
Credo poi moltissimo nel valore taumaturgico delle mani: a Chaaria i malati vengono visitati. A loro non neghiamo il contatto fisico: il dottore non e’ uno che ascolta una lista di sintomi e risponde con una lista di medicine. Dopo vari anni mi sono reso conto che una mano sulla pancia, uno stetoscopio sul torace, un abbassalinga in bocca, sono veramente importanti per far comprendere al paziente che ci siamo veramente occupati di lui.
Altra componente che il medico italiano dovra’ considerare e’ il fatto che loro hanno normalmente un forte bisogno di essere medicalizzati: fare magari 600 chilometri ed arrivare a Chaaria per sentirsi dire che l’eco e’ negativa e che il dolore addominale
Questo poi assume significati ancora piu’ pesanti quando andiamo su aree delicate come la infertilita’: e’ sempre meglio dare loro una speranza e magari anche qualche placebo, piuttosto che sparare loro in faccia un “non c’e’ niente da fare”.
Ma soprattutto penso che bisogna dare loro tempo, bisogna visitarli, toccarli, ascoltarli, non essere nervosi, e far loro comprendere che crediamo alla loro sofferenza.
Altro elemento che indubbiamente gioca un ruolo decisivo e’ il fatto che spesso molti pazienti ricercano il parere del medico “MZUNGU”: cio’ e’ insieme un punto di grossa responsabilita’ ed anche un po’ una croce, perche’ a volte capita che l’ospedale e’ tranquillo e non ci sono tanti pazienti, ma la coda del medico “espatriato” e’ sempre lunghissima.
Ciao fr Beppe
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