giovedì 1 gennaio 2009

Letterina da Makena


Carissimi amici volontari,
da circa una settimana sto lavorando al Cottolengo durante le vacanze scolastiche. Ritornerò a scuola il 9 gennaio. Sono molto felice della mia scelta di riprendere gli studi, e sono molto grata ad Alex ed Elisa che hanno reso questo mio sogno possibile.
La scuola è dura perchè ha un tempo-pieno molto esigente, ma è anche molto entusiasmante, perchè mi dà le basi teoriche per capire le cose che ho continuato a fare per anni solo meccanicamente.
E' stato anche molto bello ritornare il sala con Beppe, riscoprire il nostro rapporto libero, la nostra intesa per cui lui non mi deve neanche chiedere i ferri, in quanto io immagino ed anticipo quello che farà nel momento successivo e gli porgo lo strumento ancora prima che me lo chieda.
Con lui non ho quella paura che di solito nutro con i miei professori a scuola. Posso chiedergli qualunque cosa e lui me lo spiega con calma, anche durante l'intervento. Questi giorni a Chaaria sono stati molto utili anche per il mio ulteriore apprendimento.
Sono veramente contenta e spero che il certificato che otterò mi aiuti nella vita futura. Anche se poi nessuno può sapere in anticipo quello che capiterà domani, vorrei proprio tornare a Chaaria a lavorare... e quando sento che ci sono piani per una nuova sala operatoria, sono ancor più entusiasmata.
Grazie ancora a tutti, soprattutto ai miei benefattori. Buon anno, ricco di speranza e di belle cose per tutti voi.
Un pensiero particolare per Max da cui ho imparato molto, e per Peter e Mary che mi hanno lasciato dei doni preziosissimi, anche se sono ritornati in Germania prima che io riprendessi il mio breve servizio a Chaaria.
Auguri ancora,

Makena



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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