giovedì 3 settembre 2009

Sono l'ultima della nidiata


… Mi chiamo Immaculate Kathambi ed ho circa due mesi e mezzo. Non so molto sul mio conto. Quello che mi ricordo e’ che sono nata all’ospedale di Nkubu con parto naturale. Ho appena intravisto la mia mamma perche’ so di essere stata attaccata al seno. Ma dopo circa ventiquattro ore dalla mia nascita, non l’ho piu’ vista.
Hanno cominciato a nutrirmi con i biberon ed a darmi latte in formula. Ascoltando i discorsi degli adulti (che ancora sono convinti erroneamente che noi neonati non capiamo niente), ho compreso che la mia mamma e’ scappata dall’ospedale durante l’orario di visita. Non so se lo ha fatto perche’ non mi voleva, o perche’ aveva paura del conto dell’ospedale. I Padri Camilliani sono stati bravissimi e mi hanno tenuto nella nursery per tutto questo tempo, sempre cercando di rintracciare la mia madre-fuggiasca... ma per adesso sembra che si sia volatilizzata nel nulla.
Ecco perche’ alla fine anche loro si sono arresi, e mi hanno trasferita qui a Chaaria. Mi sento triste, in quanto non so neppure se ho un papa’, e la mia mamy mi ha lasciata sola subito dopo avermi messa al mondo.
Il mio nome lo aveva gia’ scelto mia madre e sono stata battezzata a Nkubu.
Ho visto che qui a Chaaria noi orfani siamo davvero tanti... e ci trattano proprio bene. Da qualche giorno ho ritrovato la voglia di sorridere.

Immaculate Kathambi


 
ImmaculateKathambi.jpg

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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