martedì 6 ottobre 2009

A Laisamis non abbiamo da mangiare - Dal diario di Chaaria

Entra un uomo snello, vestito in abiti tradizionali del nord. Ha le orecchie bucate da enormi crateri; attorno ai polsi porta vari braccialetti fatti di perline multicolore. Ha in mano un lungo bastone da pastore. Al suo fianco c’e’ un bambino dai caratteri somatici somali: anche lui porta un bastone colmo di nodosita’. Come il padre non ha pantaloni, ma una specie di gonna che poi copre l’addome e parzialmente il torace, per poi essere fissata con un singolo nodo alla spalla destra.
Hanno i capelli con sfumature rossastre, in parte a causa della polvere delle strade, ed in parte a motivo di un cosmetico tradizionale del Nord, parente stretto dell’ henne’, in uso anche presso le popolazioni arabe.
Entrambi hanno la fronte imperlata di sudore.
Al loro ingresso avverto un odore acuto: mi pare un miscuglio di grasso di animale spalmato sulla pelle e di latte di capra.
Chiedo a quel giovane di parlarmi dei loro problemi di salute, ma con sorpresa l’uomo mi dice di essere sano, cosi’ come anche il suo figlioletto.
Senza attendere altre domande, mi spiega la sua storia, e ancora una volta mi ripresenta una situazione sociale che io stesso tendo a dimenticare, pur vivendo qui in Kenya:
“Veniamo da Laisamis, a Nord di Isiolo ed Arches Post. Credo che tu conosca il posto”. Il suo Kiswahili e’ stentato, ma non ho problemi a comprenderlo.
“Ci sono passato quando sono stato nel Nord per un convegno”.
“Avrai allora visto che non abbiamo piu’ un filo d’erba e che le nostre mandrie stanno morendo di sete. I fiumi sono tutti seccati e non sappiamo piu’ come fare per abbeverare gli animali. Anche per i nostri figli, non c’e’ piu’cibo. E’ vero che ci sono gli aiuti alimentari del governo, ma sono appena sufficienti per un pasto al giorno per le nostre famiglie. I bambini piccoli stanno sviluppando problemi gravi di malnutrizione come il marasmo ed il kwashiorkor... aiutaci, se puoi”.
Li guardo per un attimo, ed il loro aspetto e’ la testimonianza piu’ schiacciante del fatto che hanno detto il vero e che non sono degli impostori. Poi accenno a poche parole:
“Non possiamo fare tanto, perche’ anche qui la situazione e’ dura, ma vi daremo un sacco di granoturco. Hai un mezzo di trasporto?”
“Abbiamo un carretto trainato da un asino. Un sacco di mais e’ veramente tanto. Il tuo Dio ti benedica”.


Fr Beppe 


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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