lunedì 5 ottobre 2009

Rossella Anna è con noi... ma altri non ce l'hanno fatta



Ieri mattina, durante la Messa domenicale, si e’ celebrato il battesimo della bimba di cui abbiamo accennato sul blog circa una settimana fa. Il nome e’ stato scelto da due volontarie che intendono poi sostenerla nel futuro.
Il padre e’ molto povero e confuso, dopo la morte della moglie dieci giorni orsono, e non ha opposto alcuna resistenza a questi due nomi, in se’ non molto comuni nel Meru.
Come sempre il rito del battesimo e’ stato commovente, con canti e danze da parte dei pazienti.
RossellaAnna.jpgRossella Anna stara’ ora con noi finche’ suo papa’ sara’ in grado di prendersi cura di lei, ed avra’ trovato la sua stabilita’ emotiva.
E’ un periodo difficile, quello che stiamo attraversando: ci sono morti talvolta veramente drammatiche, che ci lascano senza parole.
Dopo la dipartita improvvisa della madre di Rossella Anna, abbiamo perso anche una nostra vicina di casa, di appena 16 anni.
Si tratta di Mercy, secondogenita del nostro wathcman Robert Mwenda: al mattino la giovane aveva presentato dei sintomi simili a quelli della malaria. Il padre le aveva detto di prepararsi con calma e di venire all’ospedale per test e medicinali, mentre lui l’avrebbe preceduta, in quanto il suo turno iniziava alle 9 del mattino.
Ma verso le 10, Robert e’ venuto da me con voce concitata, e mi ha pregato di mandare subito l’ambulanza a casa sua, perche’ Mercy era entrata improvvisamente in coma.
Joseph, il nostro autista, ed una infermiera dello staff, si sono precipitati e l’hanno portata in ospedale. Io e Max nel frattempo eravamo entrati in sala, in quanto Jesse aveva gia’ praticato l’anestesia spinale al paziente da operare di prostata.
Ma ancora prima che l’intervento terminasse, i clinical officers mi sono venuti a chiamare e mi hanno pregato di lasciar finire Max, in quanto la mia presenza era richiesta al capezzale della malata. Mi sono quindi “sguantato” immediatamente e mi sono precipitato in room 26, dove ho trovato Mercy in condizioni premortali: era in edema polmonare (cioe’ le usciva schiuma dalla bocca, mentre i polmoni gorgogliavano come un pentolone in ebollizione). La pressione arteriosa era dapprima molto alta e poi pian piano e’ scesa fino a zero. Abbiamo aspirato le secrezioni; l’abbiamo ventilata con l’ambu; abbiamo fatto massaggio cardiaco, ma lei si e’ spenta senza dare alcun segno di ripresa.
Robert era presente, ed ha assistito a tutto: era li’, impietrito ed incapace perfino di piangere.
Che dura a volte la vita: Robert e’ vedovo; la sua figlia primogenita ha recentemente perso un figlio a causa di una malaria cerebrale; ora anche la seconda figlia lo ha lasciato.
Non so cosa dirgli. Lui non piange e non si muove. Continua a guardare quello che gli assistenti fanno, mentre compongono la salma (un lavoro che cosi’ spesso tocca proprio a lui espletare). Ad ogni mia parola di conforto risponde sempre: “No problem”, ma si vede che e’ distrutto. Meno male che c’e’ anche Purity, la sua figlia piu’ grande: anche lei e’ disfatta, ma riesce a controllarsi e porta via il padre prima che si metta a singhiozzare in reparto.
Dopo la morte di Mercy, che e’ stata sepolta sabato, abbiamo poi avuto tre parti pretermine con feti dal peso di circa 1 Kg: un’altra piccola vita non ce l’ha fatta, nonostante l’incubatrice e le nostre cure. La madre si dispera: e’ la seconda volta che le capita, e non ha figli viventi. Altri due microscopici neonati sono ancora appesi alla vita per un filo, e le loro mamme li guardano con occhio terreo, attraverso il vetro dell’incubatrice.
A Chaaria e’ sempre un miscuglio di vita e di morte: Rossella Anna e’ viva, ma la sua mamma se ne e’ andata subito dopo il parto. Mercy e’ andata in Paradiso prima ancora di finire la seconda superiore. Il bimbo pretermine e’ rimasto con la sua mamma disperata solo per 12 ore e poi l’ha lasciata completamente sola (una donna senza figli qua e’ davvero sola: e’ come una casa vuota... e questo e’ quanto ho visto negli occhi di quella mamma nel momento in cui la dimettevo).
Non si puo’ e non si deve fare il callo alla morte. E’ giusto continuare a soffrire per chi se ne va e per chi vede l’amato morire, e si sente disperato.
A volte pero’ e’ proprio dura, ed una vena di depressione infiltra i nostri pensieri e bagna le nostre palpebre, anche quando umanamente sappiamo che non potevamo proprio fare di piu’.


Fr Beppe


Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....