venerdì 29 gennaio 2010

Il collo dell'imbuto


Il mio scritto vorrebbe essere solo di aiuto nell’organizzazione delle future missioni chirurgiche su Chaaria.
Vorrei sottolineare prima di tutto la struttura architettonica dell’attuale sala chirurgica di Chaaria: e’ piccolissima e non ha nulla a che vedere con quanto gli Italiani si aspetterebbero da un dipartimento operatorio. Si entra direttamente dal corridoio; ci si lava nella stessa stanza. Questi non sono particolari di secondaria importanza, perche’ per esempio ci richiamano al problema centrale dello spazio. Se la stanza e’ 4 metri per 3, certamente non possiamo pensare di andarci a lavorare in un team chirurgico costituito da 6 persone... altrimenti non ci si gira piu’. Altri dati essenziali da tenere presente sono per esempio che i volontari non sanno dove sia la roba; inoltre quasi nessun paziente parla Inglese. Per questo la presenza del personale locale e’ necessaria all’interno della sala. Cosa sto cercando di dire? Semplicemente che mi pare che il numero ottimale sia al massimo di due chirurghi italiani nello stesso momento, in modo da poter lavorare senza darsi spintoni.
Le infermiere di sala e le strumentiste in un team chirurgico italiano sono utili o meno? Questa e’ una domanda che mi sono posto a lungo. Ne ho parlato con Fr Beppe, e ci sembra di poter dire di si’... soprattutto se si tratta di una sola strumentista, la quale abbia voglia di lavorare in ottica formativa per le tecniche di sala di Chaaria. Il fine e’ sempre quello di portare delle conoscenze nuove a Chaaria, che poi possano essere portate avanti anche quando il team italiano se n’e’ andato. Ora se il gruppo di volontari opera benissimo e fa cose meravigliose, ma non coinvolge lo staff chaariese, si perde una parte importante dello scopo del volontariato, che e’ quello d far maturare la struttura e di renderla idonea a espletare delle prestazioni impossibili precedentemente. Ecco che la strumentista dovrebbe dedicare del tempo a stare con le ragazze incaricate dei ferri chirurgici; dovrebbe insegnare loro come si prepara l’allievo, e come si offrono i ferri al chirurgo. Magari potrebbe anche insegnare loro la nomenclatura internazionale degli strumenti in modo piu’ sistematico.
Questo mi riporta indietro di un passo... scusate la mia confusione mentale di ultraquarantenne: anche i chirurghi non dovrebbero mai operare da soli, ma dovrebbero sempre chiamare Fr Beppe o il sottoscritto, in modo che l’operazione diventi formazione ed apprendimento.
Cosa dire degli anestesisti: qui il discorso si fa duplice. A Chaaria c’e’ un solo anestesista: e’ chiaro che, nel caso di specialista italiano presente, la prima cosa a cui si pensera’ sara’ di mandare Jesse in ferie... altrimenti continuera’ a succedere come per il passato, che, durante la sua assenza, si opera con Fr Beppe a dover fare sia il chirurgo che l’anestesista. Finite le vacanze, Jesse dovrebbe poi essere affiancato ed incoraggiato dall’anestesista volontario a intubare piu’ frequentemente, anche se al momento non c’e’ un ventilatore a Chaaria. Durante una delle missioni chirurgiche a Chaaria abbiamo operato alla tiroide con paziente curarizzato ed intubato, mentre lo specialista italiano usava l’ambu per far respirare il malato. Jesse purtroppo era in ferie, e non ha visto.
Ho parlato di collo dell’imbuto perche’ chi e’ gia’ stato a Chaaria lo sa che l’ospedale praticamete e’ come un enorme repartone, con tante esigenze che fanno capo a pochissime persone, le quali si dovranno barcamenare tra i vari settori.
Per esempio le stesse ragazze che strumentano durante un intervento, sono anche quelle che puliscono la sala dopo il medesimo; inoltre soventissimo sono anche le traduttrici per altri volontari italiani presenti. Esse sono pure incaricate della sterilizzazione e dell’endoscopia digestiva.
Il sottoscritto e Fr Beppe non abbiamo solo gli interventi a cui pensare, ma anche gli altri pazienti ricoverati e tutti i malati esterni. Questo significa che ci saranno certamente dei tempi morti tra una operazione e l’altra, e che per esempio i chirurghi dovranno pure fare ambulatorio ed aiutare a visitare clienti con problematiche chirurgiche. Le infermiere di sala poi, nei momenti tra una operazione e l’altra potranno sia aiutare nelle pratiche di sterilizzazione e pulizia, sia dedicarsi al normale nursing in reparto.
Quello che intendo dire e’ che i team devono essere aperti a lavorare con il personale locale; devono avere pazienza se la seduta sara’ spezzettata da tante altre incombenze intermedie, e soprattutto devono lavorare con lo staff in modo da farlo crescere e formarlo. Non credo che sia necessario ripetere che l’Inglese e’ quanto mai importante: il sottoscritto non sa l’italiano e questo scritto e’ stato pian piano tradotto dai volontari. Ho tenuto conto del pensiero anche delle nostre tecniche di sala operatoria.
Spero di essere stato di qualche utilita’ a chi programma di venire a Chaaria ad operare.

Dr Ogembo

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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