sabato 16 gennaio 2010

Stefano

Sarò battezzato domani. Dovrei avere circa 20 giorni di vita, perchè il mio cordone ombelicale non e’ ancora completamente guarito.
La mia storia e’ simile a quella di tanti altri: sono stato abbandonato nella foresta tra Meru e Kirua. Poi, la gente ha sentito i miei vagiti ed ha chiamato la polizia. Gli agenti sono intervenuti e mi hanno trovato nell’erba alta, avvolto da un panno tutto sporco.
Come spesso accade in queste situazioni, hanno contattato Sr Anselmina dell’orfanotrofio di Nkabune, la quale si e’ recata prontamente sul posto ed mi ha preso tra le sue braccia. Poi, siccome la sua struttura non e’ attrezzata per bimbi piccolissimi come il sottoscritto, mi ha condotto a Chaaria, dove sono stato accolto con entusiasmo, e dove rimarrò per i prossimi sei mesi, o giù di lì.
Di salute sto bene. Non sono denutrito. Questo mi fa pensare che io non sia rimasto a lungo in foresta… forse poche ore.
Credo di essere rimasto con la mia mamma per circa due settimane e di essere poi stato gettato via… non so perchè. Non ricordo nulla dei miei genitori!
Se potete, pregate anche per me.


Stefano




PS: Gli amici italiani che hanno adottato a distanza bambini che ora sono stati trasferiti all’orfanotrofio di Nkabune, possono scrivere direttamente a Sr Anselmina per averne notizie. Devono usare la posta normale. Ecco l’indirizzo:

SR ANSELMINA KARIMI
DOM CHILDREN’S HOME
PO BOX 1018
60200 MERU. KENYA

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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