sabato 27 febbraio 2010

Sabato pomeriggio

Erano le 4 di oggi pomeriggio quando ho ricevuto una telefonata di Rita, la nostra amica e volontaria permanente di Matiri:
“ci sei? Siamo per strada con Kangai... te la ricordi? E’ gia’ stata da voi. Ha febbre altissima e convulsioni. Volevo curarla qui, ma ho paura perche’ le sue condizioni generali si stan facendo via via piu’ gravi”.
“Vieni, sono in ospedale. Oggi abbiamo cosi’ tanta gente che non riesco certo a staccare! Quanto ha adesso?”.
“Ha un anno ed un mese!”
Mi preparo psicologicamente all’incontro con Rita e con la piccola Kangai. Non avremo probabilmente la possibilita’ di darle un letto, vista la densita’ in pediatria... ma da qualche parte la metteremo.
Poco dopo il telefono suona ancora, e questa volta e’ Sr Zina da Mukothima: “Fratello, ho una donna che sanguina abbondantemente dal naso e non so cosa fare. Dammi delle indicazioni, perche’ non ho una macchina e non posso portartela”.
“Quanto ha di emoglobina?”
“Dieci, ma sembra piu’ anemica. Il polso e’ piccolo, e la pressione massima e’ novanta... e come sai, non possiamo trasfondere qui da noi”.
“Prendi la benda orlata piu’ stretta che hai, e poi cerca di infilarla pian piano nella narice da cui fuoriesce il sangue. Mentre fai questo, inietta adrenalina sulla benda stessa. Inserisci piu’ tessuto che puoi, fino a bloccare il naso completamente, e creare pressione sulle pareti. Non hai Ugurol, vero?”
“No, non ce lo abbiamo!”
“Allora fai cosi’ come ti ho detto; iniettale anche vitamina kappa e somministrale dei liquidi. Se non migliora, chiama un matatu e falla portare a Chaaria. Tenteremo un tamponamento posteriore delle narici... Ciao”.
Appena conclusa la comunicazione telefonica, vengo chiamato in sala parto, perche’ una donna non riesce ad espellere il bimbo. In qualche modo riusciamo ad aiutarla, ma il neonato e’ coperto da un materiale verdastro; ha la testa lunga come una torre e non respira.
Lancio un urlo e mi complimento in cuor mio per l’efficienza delle infermiere. In un attimo sono circondato. Tutti sono impegnati e sanno benissimo cosa fare. Mi porgono l’ambu, mentre un’altra persona gia’ sta aspirando il denso materiale verde che ostruisce le vie respiratorie. Altri si occupano dei farmaci per la rianimazione: arrivano adrenalina, cortisone, sodio bicarbonato che poi vengono con regolarita’ iniettati nel cordone ombelicale. Una infermiera massaggia delicatamente il cuore del piccolo, tenendolo tra le due mani e schiacciando il torace con i due pollici in modo ritmico ed alternato ai miei movimenti di insufflazione dell’ossigeno.
All’inizio siamo molto speranzosi perche’ l’adrenalina ha fatto ripartire il cuore vigorosamente, ma cio’ che non riusciamo ad evocare in nessun modo e’ l’attivita’ respiratoria. Ci impegnamo al massimo, ma sembra che la vita abbia gia’ lasciato il nostro bambino che diventa sempre piu’ grigio e terreo. Scoraggiati e sconfitti abbandoniamo la rianimazione dopo un’ora, mentre la madre e’ ancora sdraiata alle nostre spalle sulla stessa barella su cui ha dato alla luce quella creatura ora gia’ partita per il cielo. “Diglielo tu, Pauline, alla mamma. Io non ne ho la forza!”
Nel frattempo arriva Rita con la piccola Kangai. E’ davvero gravissima. Febbre a quaranta, continue convulsioni, un torace pauroso che sembra una pentola a pressione, tanto e’ congesto. Poi c’e’ una tremenda diarrea acquosa che rende la piccina molto disidratata.
Il test per la malaria e’ positivo e partiamo subito con una terapia d’attacco per una forma complicata. Non sembra anemica... e poi non la trasfonderemmo subito, in quanto, con i polmoni che si ritrova, la manderemmo di certo in edema.
Stabilisco il piano e lascio Claire a seguire la somministrazione delle prime dosi delle medicine.
Intanto Rita mi saluta e mi affida la piccola Kangai dicendomi di non poter aspettare oltre, in quanto temeva sia il buio che la pioggia.
Purtroppo tutto e’ poi successo in un attimo: Pinuccia mi dice di accorrere a vedere la bambina. Io mi fiondo verso la pediatria ma vi giungo solo per vedere i suoi ultimi spasimi. Tentiamo la rianimazione, e si ricompone rapidamente il team delle emergenze. Arriva l’aspiratore portatile, l’ambu, i vari farmaci, la bombola dell’ossigeno. Noi ci dimeniamo, piu’ per amicizia verso Rita che per la convinzione che la piccola sia ancora viva. Infatti lo so benissimo che stiamo rianimando un morto, e che la malaria si e’ portata via un’altra creatura. Chiedo il favore a Pinuccia di portare il monitor: dopo l’applicazione degli elettrodi, la sentenza e’ inappellabile. Mi appoggio al muro e mi lascio scivolare verso il pavimento. Ho le ginoccia davanti al volto e vi nascondo la faccia, mentre, quasi impercettibilmente mi trovo gli occhi pieni e le guance rigate di lacrime. Ci metto piu’ di cinque minuti prima di decidermi a telefonare a Rita, che ormai avra’ gia’
fatto qualche chilometro sullo sterrato terribile che conduce a Matiri. Poi mi faccio forza e la chiamo. Le mie parole escono a monosillabi, che comunque sono in grado di comunicare a Rita la tragedia. Anche lei e’ scossa e non se lo aspettava.
“Vuoi che torni a prenderla?”
“Non penso che sia necessario. Magari vieni domani; cosi’ porti a casa anche la nonna della bambina che e’ sdraiata per terra, distrutta dal dolore. Non ti preoccupare per la notte. Le daremo un posto per dormire”.
Mi avvio verso la cappella ed ho un terribile nodo alla gola. Una zanzara anofele mi ronza vicino all’orecchio e poi mi punge sul collo. Mi do un inutile schiaffone, ma lo so che tanto non l’ho presa. Magari anche questa zanzara e’ infetta! La lotta con la malaria e’ veramente impari, e nonostante le statistiche incoraggianti, questo terribile insetto ti da’ l’impressione di vincere sempre lui e di accanirsi soprattutto sui piu’ deboli.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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