mercoledì 17 marzo 2010

E tu che volontario sei?

Siamo rientrati da alcune ore dal Kenya, e una mia carissima amica d’infanzia, suora missionaria in Brasile è venuta  a farci visita.
Mentre ci scambiavamo le nostre esperienze, mi ha parlato dei volontari, che nel corso degli anni avevano frequentato la sua missione; dandomi alcune descrizioni e definendo talune caratteristiche per certi versi peculiari e significativi. Ha descritto le grandi aree del volontariato, laicale, missionario, sociale, educativo, giovanile, comunitario.
Devo dire sinceramente che in un primo momento ho sorriso ascoltando le sue storie, poi mi sono reso conto che in fondo aveva ragione. Non mi ha dato una definizione esatta per ogni tipologia, ma a grandi linee ha diviso i suoi volontari in tre grandi gruppi:
Quelli appartenenti al  primo tipo,  si riconoscono da lontano, hanno lo sguardo basso, sorridono poco e di solito rimangono leggermente in disparte, partecipano alle attività solo se costretti. Sono quelli che vanno in giro per il mondo cercando qualche cosa che non hanno trovato a casa, cercano soprattutto se stessi, un ruolo in una società che a volte non li ha capiti e/o accettati, cercano risposte che probabilmente non troveranno mai e sono convinti che la grande distanza dalle abitazioni, dai loro problemi   in qualche modo gli aiuti a  risolvere la loro crisi esistenziale.
Il secondo tipo é caratterizzato da persone che sono sempre al centro di tutto e di tutti, sono i protagonisti, sempre pronti a farsi notare, sempre i primi ad essere immortalati nelle foto, anche in quelle degli altri, vanno in branco o al limite in gruppi di due o tre, con il cellulare o la macchina fotografica pronta ad immortalare ogni passo, ogni evento, pronti a testimoniare con le foto la loro presenza. Arrivano con le valige cariche, d’ ogni cosa e la distribuzione avviene con grande show, ripresi dalle immancabili macchine fotografiche, chiamano a casa ogni dieci minuti per ricordare quanto sono bravi nel fare le cose, e che senza di loro nessuno potrebbe sopravvivere a lungo in posti cosi disagiati
Sono quelli che hanno bisogno di gratificazioni, devono sentirsi ringraziare ad ogni azione e se non ricevono il giusto premio, covano in silenzio il rancore di chi non è compreso e non messo nella giusta luce.
Il terzo e ultimo gruppo è costituito da  quelli che agiscono quasi in silenzio, e che a momenti si scusano per essere li a portare il loro aiuto, lavoratori instancabili,  sono a giudizio della mia amica i migliori, danno senza chiedere, sempre pronti ad offrire il loro aiuto e disposti a tutto per essere realmente utili in una realtà diversa e a volte complicata.
La descrizione della mia amica, che per dovere di cronaca si chiama suor Paolina, non si esaurisce qui, ma io voglio fermarmi un attimo perché  le parole di suor Paolina mi riportano alla mente alcuni episodi della mia infanzia.
Da  bambino, spesso andavo a dormire a casa di mia nonna materna, almeno due volte alla settimana si alzava prima delle quattro per fare il pane. Quando ormai il sole era già alto,  vedevo mia nonna che metteva in un sacco di tela bianca alcuni dei pani migliori appena sfornati, e velocemente si recava in chiesa con la sacca quasi nascosta sotto la mantella o lo scialle.
Quel pane di solito era  riposto in una cassapanca nella sacrestia, insieme ai fagioli, ceci, piselli  grano, olio , latte e altri generi di prima necessità, frutto della generosità di persone semplici, e servivano per sfamare diverse  famiglie che avevano bisogno. Alcune  donne, due o tre giorni alla settimana si comportavano come mia nonna, ognuno portava in chiesa quello che poteva, nessuno sapeva a chi andavano le cibarie, si sapeva solo che ogni giorno qualcuno riforniva la cassapanca e altri prelevavano, in silenzio senza pubblicità,  neanche il sacerdote sapeva chi prendeva e chi dava.
La domenica durante la messa, al momento della  questua, mia nonna infilava la mano dentro la sacca e silenziosamente faceva scivolare dentro il suo obolo, contrariamente a quello che facevano talune donne che sfacciatamente mostravano a tutti la loro moneta. Ricordati mi diceva sempre: la mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra, solo il Signore lo sa.
Suor Paolina mi saluta, fra qualche giorno rientrerà nella sua missione, tra i suoi malati e i suoi volontari…quello che mi ha detto in un certo modo corrisponde alla realtà,  chissà quali volontari troverà questa volta.

Rinaldo Orrù

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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