martedì 16 marzo 2010

La rianimazione a Chaaria

Le possibilita’ a Chaaria sono limitate in questo campo, soprattutto perche’ non abbiamo un respiratore automatico e ci mancano tanti esami di laboratorio essenziali in tale attivita’ (come per esempio l’emogasanalisi).
Quando ci troviamo di fronte ad un arresto cardio-respiratorio, e’ sempre un dramma prima di tutto umano e poi professionale.
Rianimare o non rianimare?
Per quanto tempo insistere prima di decidere che si ha fallito?
Intubare o non intubare?
Una risposta non c’e’, e chiaramente ognuno si trovera’ da solo con la propria coscienza di fronte al singolo paziente.
Io posso solo abbozzare alcune considerazioni generali, sapendo che tutto quello che diro’ potra’ essere contraddetto da chi non la pensa come me.
Se un bambino nasce apnoico a causa di una grave ipossia durante il travaglio, noi ci siamo dati un tempo di rianimazione del tutto arbitrario di 30 minuti.
Quello che intendo dire e’ che cerchiamo di fare del nostro meglio, sia con massaggio cardiaco, sia con farmaci, sia con aspirazione ed ambu.
Quello che di solito si ottiene quasi subito in un neonato e’ la ripresa della attivita’ cardiaca o la correzione delle bradicardie estreme. Cio’ che invece risulta molto piu’ arduo e’ far ripartire la respirazione spontanea. Se dopo mezz’ora di ambu non abbiamo fatto ripartire il centro del respiro, noi generalmente ci fermiamo, in quanto riteniamo che in una stragrande maggioranza dei casi l’infante morirebbe comunque, magari qualche giorno piu’ tardi.
Naturalmente, come tutte le linee-guida, anche questa presta il fianco a molte critiche, in quanto proprio ieri i nuovi volontari sardi hanno rianimato per piu’ di 5 ore un bambino in sindrome da distress respiratorio… ed oggi il bimbo e’ vivo, seppur ancora in condizioni critiche.
Devo anche ammettere che nella decisione di sospendere la ventilazione manuale durante un tentative rianimatorio gioca anche il fattore “lavoro”: il nostro personale e’ contato, soprattutto nelle ore notturne, ed a volte e’ molto difficile dedicicare una persona all’ambu per troppe ore. Anche per il sottoscritto e’ comunque arduo decidere se rimanere sveglio tutta la notte a fianco di una persona da rianimare con l’ambu, sapendo che ci potrebbe comunque essere un cesareo da un momento all’altro, e che l’indomani sarei comunque al lavoro.
La decisione se rianimare un arresto cardio-respiratorio in un adulto e’ per me ancora piu’ ardua: cerco di considerare con attenzione la possibile causa della condizione in cui si trova il malato. Se siamo di fronte ad una patologia di base modificabile a Chaaria, allora cerchiamo di “buttarci” sul paziente, estendendo i tentativi rianimatori per almeno un’ora. Se invece la condizione e’ estrema e non modificabile con i nostri poveri mezzi clinici, ce ne asteniamo.
Non so se quello che facciamo e’ giusto… tiene comunque conto di dove ci troviamo e delle forze che abbiamo.
Ad ogni modo credo necessario che i volontari che si preparano a venire a Chaaria lo sappiano in precedenza, in modo da evitare complicazioni e potenziali conflitti nei nostri rapporti interpersonali, in caso di una decisione da prendere insieme sulla rianimazione di un paziente.

Fr Beppe



PS: Accogliamo con gioia a Chaaria i nuovi volontari del gruppo di Cagliari: 
DORE ROSARIO (Endoscopista), SPIGA PINA (Infermiera Endoscopia), PODDIGHE VINCENZA (Infermiera), CUBONI CRISTIAN (Specializ. Anestesia), OLIANAS GIULIA(Specializ. Anestesia) ed ORRU’ ALBERTA (Anestesista).

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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