mercoledì 10 marzo 2010

Rita Kangai


Quando una persona muore è una grande tristezza; quando muore un bambino è un grande dolore.
Quando muore un bambino che hai tenuto in braccio, hai nutrito col biberon, hai cambiato e lavato, hai coccolato cercando di strappargli un sorriso, è come un tremendo calcio nella pancia.
Ieri ho letto sul blog della scomparsa, per malaria, della piccola Rita Kangai, che lo scorso autunno abbiamo avuto tra gli orfanelli di Chaaria.
Il ricordo del suo viso non fa altro che amplificare a dismisura quel senso di indignazione che si vive quando si collabora nel lavoro di Chaaria: viene da gridare che non è giusto, non è giusto ci siano tante discriminazioni tra le genti, che nel mondo in cui viviamo il problema sia l'obesità infantile e nell'altro mondo la malnutrizione infantile, che le multinazionali farmaceutiche ed i governi ricchi abbiano speso miliardi di dollari per produrre e poi buttare via il vaccino per la più stupida influenza degli ultimi secoli, la suina, senza mai pensare ad utilizzare quelle risorse per tentare di debellare la malaria che, nel mondo, uccide da due a tre milioni di persone, soprattutto bambini. Lo so che la mia rabbia non dovrebbe avere bisogno di Rita Kangai, ma è inevitabile che i volontari si innamorino delle persone e delle situazioni che vivono, eleggendole quasi a simboli.
Lo so che Rita Kangai non è diversa dai tanti bimbi che non ce la fanno, ma è stata tra le mie braccia e per me è tutti i bimbi dell'Africa.
Era una bimbotta grassotella di grande bellezza, occhi di porcellana ed ossidiana, straordinariamente seria: mai un sorriso, neanche a farle il solletico. M.G., mia moglie, che si occupava degli orfanelli diceva sempre che aveva uno sguardo triste.
Ora può sorridere perchè sa che le volevamo bene.

Mario

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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