lunedì 5 aprile 2010

Into the wild

… E’ il titolo di un film che ho visto in questi giorni grazie ad un DVD inviatomi da Erika, che ancora ringrazio. L’ho visto con calma, a rate, come mi capita spesso.
E’ una storia vera che mi ha in qualche modo turbato, e che mi ha toccato in alcune delle sue riflessioni. Mi pare comunque che contenga messaggi che possono servire ad ognuno di noi, e che probabilmente danno qualche lume anche a chi intente impegnarsi in opere di solidarieta’.
Non sto a raccontarvi la storia, perche’ molti probabilmente il film lo hanno gia’ visto. Vi comunico solo alcune emozioni che in me sono sorte prepotentemente durante la visione:
1) il primo punto riguarda il fatto che la protesta in se stessa puo’ diventare sterile ed anche controproduttiva. Il protagonista della fiction parte da un punto di vista corretto (ha infatti grossi problemi con i genitori e dei conflitti irrisolti sin dai tempi dell’infanzia), ma la sua protesta finisce per autodistruggerlo. La trama del film mi ha portato a riflettere molto sul rischio che certe nostre azioni ci sfuggano dalle mani e diventino totalmente fuori controllo: il pericolo e’ che anche noi, come il giovane protagonista, non riusciamo a valutare fino in fondo le conseguenze di quello che facciamo. Certe nostre azioni, magari intraprese a scopo dimostrativo per ottenere attenzioni su un nostro problema, possono portarci a conseguenze che ci sfuggono di mano: come nel film, anche a Chaaria per esempio ricoveriamo sovente adolescenti che hanno tentato il suicidio... per protesta contro i genitori o per una delusione amorosa. Molte volte non vogliono affatto morire....cercano solo attenzioni e considerazione: questo lo scopriamo perche’, dopo la lavanda gastrica, piangono, chiedono scusa e affermano di voler guarire a tutti i costi. Purtroppo pero’ spesso il veleno (soprattutto il paraquat molto frequentemente usato perche’ assolutamente a buon prezzo) e’ gia’ entrato in circolo, ed il malato inesorabilmente muore in terza o quarta giornata per tossicita’ cardiaca o renale, mentre ci implora di salvarlo e grida: “I don’t wanna die!”
2)  il secondo punto che, nel film, ha fatto vibrare le corde del mio cuore, riguarda la felicita’. Tutti aneliamo ad essere felici, ma a volte cerchiamo questa chimera nel modo e nel posto sbagliati (nel caso del protagonista, nella vita selvaggia). C’e’ pero’ un momento chiave nella storia, in cui il giovane scappato da casa scopre una verita’ essenziale: non possiamo essere felici da soli, perche’ la felicita’ e’ tale solo se viene condivisa con gli altri. Saremo dunque felici non attraverso esperienze esotiche ed egoistiche, costruite e portate a termine per conto nostro ed a nostro uso e consumo. Saremo realizzati non quando penseremo sempre e solo ai nostri desideri, ma quando comprenderemo che abbiamo bisogno degli altri. In pratica il film ci indica una via da seguire, quando afferma che la felicita’ e’ tale solo se e’ condivisa, e quando riflette sul fatto che saro’ felice ogni qualvolta avro’ fatto felici gli altri. E’ questo un altro discorso chiave per me; una riflessione che si collega a Chaaria in modo evidente: si puo’ essere contenti e realizzati nella dedizione totale, perche’ non e’ ricercando noi stessi che saremo veramente nella gioia, quanto piuttosto nello svuotamento totale di noi stessi per donare tutto agli altri. Il protagonista arriva tardi a questa consapevolezza; comprende che la solitudine e l’edonismo estremo e completamente individualistico non gli procurano la pienezza agognata.
3) Tale presa di coscienza lo riporta alla saggezza; dopo mesi spesi nell’isolamento totale nella tundra dell’Alaska, decide di ritornare a casa e di ricominciare. Ma la natura glielo impedisce. Il corso d’acqua che aveva attraversato per isolarsi, e’ ora diventato un fiume inguadabile a causa del disgelo, e l’area in cui si era accampato e’ stata ora trasformata in un’isoletta circondata da correnti impetuose. Il giovane vorrebbe tornare dai suoi, ma non puo’. Ha paura, e’ affamato; ma le sue azioni lo hanno portato ad una situazione di cui ora non ha controllo alcuno. Non potendo piu’ cacciare perche’ non ci sono animali nel suo fazzoletto di terra, cerca di sopravvivere con bacche e foglie... ma si imbatte in frutti velenosi che gli provocano una gastroenterite mortale. Anche questa parte del film mi riporta ad esperienze vissute con i pazienti, e a lezioni che noi tutti possiamo imparare: ricordo un uomo molto in vista in una chiesa non cattolica, il quale era stato fedele tutta la vita al suo ministero di Pastore. Poi, con mia sorpresa gli avevo diagnosticato l’AIDS. Mentre gli parlavo, e cercavo di comunicargli la tremenda realta’, lui mi ha confidato un viaggio all’estero ed un periodo di debolezza di circa due settimane, in cui aveva avuto rapporti con delle prostitute. Questo fatto era successo molti anni prima, ed era precedente all’inizio del suo ministero pastorale. Con tristezza il prelato protestante mi ha confidato: “Sono certo che Dio sempre perdona, ma la natura no! La natura non perdona e fa sempre il suo corso”. Anche questo e’ un punto di apprendimento che si ricollega al primo: non dobbiamo tentare la natura, perche’ essa ci si puo’ rivoltare contro. 
Ed ancora: dobbiamo essere molto prudenti prima di intraprendere una certa strada, e cercare almeno di valutare le possibili conseguenze in cui potremmo incorrere, per evitare che poi la natura ci punisca in modo irreversibile, come nel caso del pastore di cui vi ho accennato.
4)    Da ultimo c’e’ un momento della fiction in cui un vecchio signore, nel tentativo di far ragionare il giovane sulle ragioni della sua fuga dai genitori, gli accenna un punto essenziale: la presenza di Dio. L’anziano amico umilmente ricorda al protagonista che, al di la’ dei torti ricevuti da parte dei genitori, al di sopra di tutte le offese subite, c’e’ un Dio che e’ Amore. L’anziano interlocutore osa poi lanciargli una frase molto importante: “l’amore sempre perdona... e se perdoni, vuol dire che sai amare”. Era un tentativo per riportare il giovane alla realta’, per farlo riconciliare con dei genitori che sicuramente stavano soffrendo dopo la sua sparizione. Non ci e’ riuscito perche’ il ragazzo ha continuato la sua fuga senza senso verso l’autodistruzione, senza mai chiedersi per esempio se non stesse lui pure usando contro tutta la sua famiglia la stessa moneta con cui era stato ferito; senza provare alcuna pieta’ per sua sorella che lo ha sempre sostenuto e non lo ha piu’ rivisto. Ritengo questo insegnamento tanto importante anche per noi, per i volontari e per le associazioni. Ci possono essere divergenze, sbagli, incomprensioni, ma alla fine dobbiamo saperci riconciliare. Senza perdono non c’e’ amore, e senza amore e’ forse possibile la solidarieta’, la carita’ o anche semplicemente l’umana filantropia? Ci si riconosce diversi, ma si cerca di rattoppare le ferite, senza trascinare le divisioni per tutta la vita. Bisogna stare attenti, perche’ anche per il perdono non possiamo continuare a rimandare; c’e’ sempre il rischio di perdere anche l’ultimo treno: e’ il caso di una persona con cui ho parlato a lungo oggi. Ha perso un figlio di 18 anni per un attacco di malaria, ma quello che continua a tormentarlo e’ il fatto che la sera prima dell’attacco, lui e suo figlio avevano litigato. Quel padre di famiglia era cosi’ arrabbiato che non ha saputo credere che il ragazzo stesse male davvero; la sua rabbia lo ha accecato: ha continuato a ripetere alla moglie che lui non avrebbe piu’ voluto saperne di quel figlio degenere. La moglie piangeva ma l’uomo e’ stato irremovibile. Il giovane e’ poi stato portato al Chaaria Hospital verso le 8 di stamane, ma era troppo tardi... ho potuto solo constatarne il decesso e chiudere le sue palpebre. Il papa’ non e’ riuscito a staccarsi dal corpo senza vita del figlio per molte ore, ed ha continuato a ripetere tra i singhiozzi: “forgive me!”... ma era troppo tardi perche’ il ragazzo potesse sentirlo.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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