giovedì 1 aprile 2010

La nuvoletta di fracchia

Oggi non ci sono auto. L’ambulanza ha bisogno di riparazioni e l’altraToyota e’ a Embu con Joseph per ritirare il sangue dalla banca... e tornera’ tardi.
Il sole splende nel cielo.
La giornata e’ molto piena, ma verso le 17.30 la seduta chirurgica e’ conclusa.
Come ogni mercoledi’, devo decidere se andare a lezione a Meru per accumulare  punti ECM (educazione continua medica), che anche qui sono diventati obbligatori da due anni a questa parte.
Non ho una macchina, ma penso di raggiungere Meru con una motocicletta taxi. Poi Joseph, al ritorno da Embu, mi accompagnera’ a casa dopo la lezione.
Sono infatti tranquillo per quanto riguarda eventuali cesarei urgenti, in quanto ci sono i chirurghi italiani con il loro anestesista.
La cosa strana e’ che c’e’ un’unica nuvola nera che pare seguire la moto. Guardando in su, i tre quarti del cielo sono blu, ma su di noi cade una pioggia battente.
Dopo appena 5 o 6 chilometri, il mio taxista comincia a sbandare paurosamente, e rischiamo di cadere ad ogni buca del terreno. Le salite poi sono impossibili: allora il conducente mi chiede di fare a piedi questi tratti scoscesi, mentre lui mi avrebbe seguito con il suo mezzo, per poi caricarmi ancora nei tratti piu’ pianeggianti.
Ad un certo momento, il motore si ferma. Il motociclo pare ingolfato. Di nuovo il giovane centauro mi invita a camminare, mentre lui avrebbe risolto il problema meccanico, e quindi mi avrebbe raggiunto.
Piove a dirotto, anche se il cielo continua ad essere bizzarramente azzurro... a parte la nuvola che ci segue e ci tormenta. Non ero pronto per questo temporale, e non ho un impermeabile. Nei piedi ho le mie solite ciabatte, ed il passo diventa sempre piu’ difficolatoso: da una parte si scivola in salita, e dall’altra il fango si appiccica alle mie calzature inadeguate, che ora pesano un quintale.
Vado avanti un bel po’, girandomi indietro spesso... ma non vedo motocicli e non sento rombo di motori. Intanto, oltre alle precipitazioni battenti, sta anche diventando buio.
La gente che incontro per strada mi lancia battute ironiche, a causa della sorpresa suscitata da un “Bianco” tutto bagnato e sporco di fango: molti mi apostrofano con il solito termine MUCHUNKU,  e poi mi chiedono con sarcasmo se ho dimenticato a casa l’automobile.
Non rispondo, perche’ non ho certo bisogno di alterchi in mezzo alla campagna, all’imbrunire, e mentre sono completamente solo.
Non riesco neppure a telefonare al mio taxista perche’ il suo telefonino e’ spento... probabilmente scarico. A casa non ci sono auto, ed i Fratelli non potrebbero soccorrermi.
Decido comunque di prodedere perche’ ormai avro’ fatto altri 4 o 5 chilometri... e quindi Meru e’ certamemte piu’ vicina di Chaaria.
Telefono a Joseph e gli chiedo di venirmi a prendere sulla strada di Nkabune (quella scelta dal mio moto-taxi). Lui e’ ancora lontano, e mi dice di continuare a camminare verso l’asfalto, mentre lui mi sarebbe venuto incontro con le quattro ruote motrici inserite. Piomba la notte, e sono solo.
Di Joseph nessun segno. Io continuo a camminare, ormai certo che la moto non mi avrebbe piu’ raggiunto. E’ molto difficile procedere nel fango e nelle tenebre: spessissimo cado in una pozzanghera piu’ profonda e perdo l’equilibrio. Ho normalmente problemi di vista al buio, e non ho una pila. Cammino e non rispondo alle solite grida: MUCHUNKU. Vado avanti spedito sperando di non imbattermi in qualche mal intenzionato. Mi sale nel cuore un po’ di ansia, perche’ ora non so praticamente piu’ dove sono, e non mi rendo conto di quanto manchi all’asfalto. Ho mal di schiena, e mi sono graffiato una mano cadendo. Inoltre ha smesso di piovere... il fango e’ ancor piu’ appiccicoso sotto le mie suole, e sento freddo a causa dei miei vestiti bagnati.
Ma alla fine appaiono davanti a me due fanali con gli abbaglianti: “spero proprio che sia lui!”.
Sfortunatamente il veicolo mi passa accanto e continua la sua “corsa a passo d’uomo”: e’ un matatu che sta lottando contro il fango con difficolta’ non certo inferiori a quelle che ho io nel mantenermi in piedi.
Mi sento un attimino scoraggiato, ma poi appaiono altre due luci... e questa volta e’ Joseph: salgo in macchina completamente intirizzito e gli chiedo quanto manca allo “stradone”. Lui mi dice: “forse mezzo chilometro!”
“Abbiamo fatto trenta; ebbene, facciamo trentuno!”
E’ tardi, ma decido ugualmente di presentarmi in classe, sebbene solo per pochi minuti. Il mio ingresso in aula suscita un misto di ilarita’ e disappunto tra i dottori presenti al corso, i quali sono tutti compunti, pettoruti ed incravattati. Sicuramente li sconvolge il fatto che io sia entrato in aula scalzo, perche’ le mie ciabatte hanno alcuni chilogrammi di fango attaccato alle suole. E poi non si puo’ dire che io sia del tutto presentabile.
Mancano pochi minuti alla fine della lezione, e ne ringrazio Dio perche’ sono intirizzito dal freddo, e voglio tornare a casa per cambiarmi gli abiti.
Pero’ almeno ho apposto la firma all’elenco dei partecipanti, e  cio’ mi da’ un punto ECM.
Tornando a Chaaria, Joseph sceglie di seguire la strada di Giaki, e, con grandissima sorpresa, e’ del tutto asciutta. Si e’ proprio trattato della nuvoletta di Fracchia che ci ha seguito ed ha trasformato il nostro viaggio in motocicletta in una vera odissea.

Fr Beppe

1 commento:

Anonimo ha detto...

Carissimo Beppe,

sono una ragazza laureanda in biologia.
Mi sono messa già in contatto con Lino Marchisio e che massimo verso l'autunno, se Dio verrà, verrò da voi...

Mi piace molto leggere ogni volta i vostri racconti, le vostre esperienze e tutto ciò che vi capita...

Colgo l'occasione di fare gli auguri di una sincera Pasqua a tutti voi...

Un abbraccio grande

Silvia


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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