Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 23 febbraio 2011

Essere un referral hospital secondo il Vangelo

Il Referral Hospital e’ quella struttura di livello superiore a cui fanno riferimento dispensari ed “health centres” della campagna circostante per tutti i casi che essi non sono in grado di gestire.
Chaaria e’ referral hospital per molte strutture del circondario, rurali o meno.
I casi piu’ frequentemente a noi trasportati sono quelli legati alla maternita’ complicata: si tratta per lo piu’ di cesarei, di aborti, di emorragie post-partum.
Frequenti sono anche i “referrals” per trasfusione.
Saltuari sono invece quelli per assalti e traumi importanti (ferite da machete o da freccia).
Per molti anni, fino al 2004, anche noi siamo stati una piccola struttura nella necessita’ di trasportare in altri ospedali malati complicati... ed anche oggi, seppur piu’ raramente, dobbiamo prendere l’ambulanza e raggiungere l’ospedale di livello superiore, per esempio nel caso di addome acuto (perforazione intestinale, peritonite, o ileo meccanico).
E’ sempre bruttissimo dover partire di notte con un paziente grave, e poi non essere accolti bene. Gia’ si e’ stanchi; gia’ si ha la terribile sensazione di fallimento legata al non poter aiutare; gia’ si sono corsi dei rischi non da poco per la strada (soprattutto di notte e nella stagione delle piogge)   Se poi si viene accolti male, ci si sente proprio a terra!
Pensando a quegli anni duri, ricordo che quando il travaglio non progrediva, o ci accorgevamo che c’erano controindicazioni assolute al parto naturale, dovevamo partire alla volta di un ospedale più grande, per portare la mamma in sala operatoria. Spesso le complicazioni avvenivano nelle ore notturne, e solo Dio sa quante volte Fr Lorenzo doveva rischiare la propria vita uscendo di notte, per una strada accidentata nella stagione secca e terribilmente scivolosa nella stagione delle piogge. Solo Dio sa quante volte la macchina è andata fuori strada, o si è rotta di notte, obbligandoci a dormire nell’auto o a tornare a piedi camminando per vari chilometri. Quante volte poi abbiamo rischiato di essere attaccati da ladri e malfattori.
Ma il vero problema era a volte lo staff delle strutture a cui ci rivolgevamo: spesso scortesi, ci madavano fuori a comprare il necessario per l’operazione (guanti, fili, cotone, coperte, rasoi, ecc). Quasi sempre ci dicevano che avevamo seguito malamente il travaglio e che il bambino sarebbe morto al cesareo a causa del grave ritardo con cui avevamo portato la mamma per l’operazione. A nulla serviva dire loro che il ritardo o le cattive condizioni del feto erano dovute più al terribile viaggio in macchina che a nostri errori di management. Dicevano a volte che non avevamo le capacità e le conoscenze per gestire una maternità. Sostenevano che erano di più i pazienti che facevamo morire, di quelli che in qualche modo aiutavamo.
A volte si arrivava ai dispetti: lasciarci fuori ad aspettare per un’ora nel cuore della notte prima di farci entrare. Chiederci di tenere una flebo finchè avessero trovato un posto letto per la paziente, e poi lasciarci lì per due ore.

Tutti questi ricordi sono coperti dal perdono e sono stati affidati piu’ volte alla misericordia del Signore; ma una cosa mi e’ rimasta: non voglio comportarmi allo stesso modo, ora che Chaaria e’ cresciuta.
Mi fa ancora male pensare a come siamo stati trattati qualche volta, al momento del trasporto in un altro ospedale, ed allora penso alla frase di Gesu’: “Non fare agli altri cio’ che non piace a te!”
Ecco perche’ cerchiamo di essere sempre molto attenti nel momento in cui riceviamo un “referral” da un altro ospedale: ci sforziamo di servire i colleghi infermieri dell’altra struttura con la massima celerita’ e cortesia; ci sforziamo di metterli a loro agio e di terminare al piu’ presto le pratiche di ricovero che necessitano della loro presenza... e questo soprattutto nelle ore notturne, in quanto sappiamo cosa vuol dire dover tornare indietro alle due di notte per strate solitarie e dissestate.
Qualche volte magari bisogna anche dire qualcosa, se per esempio ci accorgiamo che un travaglio non e’ stato seguito propriamente e c’e’ stato qualche errore di management nella struttura da cui il paziente proviene. Ma la correzione ci sforziamo di farla cortesemente, sempre per difendere altri malati che in futuro potrebbero trovarsi nella stessa situazione... e mai per accusare o far pesare.
In questo campo posso proprio dire che le sofferenze del passato ci hanno formato, e ci hanno resi migliori... almeno lo speriamo.

Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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