Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 24 marzo 2011

Piove

Piove.
Fa un rumore come di risacca, e pare di essere in spiaggia.
Dopo tanto pregare, è arrivata la stagione delle piogge... Speriamo solo che continui, perche’ anche altre volte ha iniziato con temporali impetuosi che poi sono terminati dopo una settimana, portando all’inevitabile perdita dei raccolti.
Secchiate d’acqua, come una cascata dal cielo tutta la notte. Qui e’ molto diverso dall’Italia: pensate ad un cielo sereno, trapuntato di stelle, con una luna piena che ti fa emozionare.
E di colpo non qualche goccia, ma milioni di milioni di litri d’acqua, che non si capisce da dove sian saltati fuori.
Per i pazienti e’ difficilissimo raggiungere l’ospedale con le nostre strade.
 

Ieri e’ venuta in ospedale Amina. Pelle ambrata, il naso sottile sopra ad un sorriso impertinente. Si capisce subito che è una bambina sempre allegra. Probabilmente non ha mai visto molti bianchi: ci guarda divertita mentre la visitiamo, è un po’ sorpresa perchè la mia mano, in fondo, non è molto diversa dalla sua. Ha fatto diversi giorni di strada con il suo papa’ per arrivare da noi. Un uomo molto alto. Era spaventato: la sua bambina, il suo piccolo fiore, per due volte aveva perso i sensi ed era caduta a terra convulsando. Hanno provato ad andare all’ospedale vicino a casa, ma pnon era migliorata affatto.
Così sono partiti, nonostante le piogge, senza sapere quanto ci avrebbero messo, senza sapere quando sarebbero potuti tornare.
E’ un bell’esempio di quello che chiamiamo “African time”. Tutto è nelle mani di Dio, quel Dio per cui “I secoli si susseguono per perfezionare un piccolo fiore di campo”, come ha scritto il grande poeta Tagore. Al contrario di noi, “noi che non abbiamo tempo da perdere, e non avendo tempo dobbiamo affannarci per non perdere le nostre occasioni. Siamo troppo poveri per arrivare in ritardo.”
Più vivo qui e più me ne convinco. Siamo noi i veri poveri, noi che navighiamo nello spreco, che abbiamo bisogno di riempire lo stomaco delle nostre solitudini con grandi abbuffate di “cose”.
Finita la visita, Amina si è rimessa il velo. Una manovra complicata per le sue dita goffe di bambina. Un giro intorno alla testa, uno intorno alle orecchie, un altro intorno alla testa… e intanto mi sorrideva. Finchè è potuta ripartire, con le sue medicine ed il suo papa’, convinti entrambi che lei guarirà, “mungu akipenda” , a Dio piacendo, come ci ripetono di continuo, non per abitudine, ma perchè lo credono veramente. Mi piace molto questo nostro rapporto con i musulmani, questo credere che c’è un solo Dio, come una sola montagna alla cui cima si può giungere passando da sentieri diversi. Ma alla cima prima o poi ci si arriva tutti.
Guardando gli occhi sorridenti di Amina mentre si annoda il chador me ne convinco sempre più.

Fr Beppe


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