Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 14 giugno 2011

Contatto umano e ascolto

Molte volte i farmaci a nostra disposizione non sono molto diversi da quelli che i pazienti trovano nel dispensario del loro villaggio.
Se poi leggiamo i loro documenti precedenti, sovente ci rendiamo conto che hanno assunto piu’ o meno tutto cio’ che e’ disponibile sul mercato, ma non sono migliorati.
Quando invece vengono a Chaaria, dicono che i nostri farmaci sono efficaci e che con le nostre terapie stanno davvero meglio.
Perche’ questo?
Le ragioni possono essere varie, ma la principale penso vada ricercata nel fatto a Chaaria si sentono ascoltati senza fretta, e poi ricevono anche spiegazione dettagliata di quello che abbiamo trovato e delle ragioni per cui abbiamo compiuto una particolare scelta terapeutica.
Spesso dicono che altri dottori si limitano a dare medicine, senza dedicare neppure un momento al dialogo, con il risultato che alla domanda: “che cosa ti ha detto il medico? Di che malattia ti ha parlato?”, la risposta e’ sovente: “Non mi ha detto niente”.
Credo poi moltissimo nel valore taumaturgico delle mani: a Chaaria i malati vengono visitati. A loro non neghiamo il contatto fisico: il dottore non e’ uno che ascolta una lista di sintomi e risponde con una lista di medicine.
Dopo vari anni mi sono reso conto che una mano sulla pancia, uno stetoscopio sul torace, un abbassalinga in bocca sono veramente importanti per far comprendere al paziente che ci siamo veramente occupati di lui/lei.
E’ poi indubbio il fatto che molta povera gente attribuisce poteri eccezionali alle macchine: sono convinti che, se potranno “essere messi nel computer” (cioe’ ricevere una ecografia od una gastroscopia), tutte le loro malattie saranno scoperte e curate.
Per loro la sonda ultrasonografica non e’ mai solo diagnostica, ma anche curativa: ecco perche’ spesso siamo generosi nell’ accettare la loro richiesta di eco, anche se sappiamo che sara’ quasi certamente normale, in quanto ci rendiamo conto che la guarigione iniziera’ nel momento stesso in cui applicheremo il gel sulla parte dolente.
Altra componente che ho imparato con il tempo e’ il fatto che loro hanno normalmente un forte bisogno di essere medicalizzati: fare magari 600 chilometri ed arrivare a Chaaria per sentirsi dire che l’eco e’ negativa e che il dolore addominale e’ probabilmente psicosomatico, crea una delusione quasi incolmabile nel paziente che non comprende questo aspetto della medicina, molto sviluppato invece per esempio in Europa. Qui infatti non si va dal medico per essere rassicurati che le medicine non sono necessarie: si va da lui proprio perche’ i farmaci li vuoi. Per cui, senza esagerare, mi pare di poter dire che la rassicurazione da parte del medico, insieme a qualche multivitaminico o analgesico, sia molto piu’ efficace che un “counseling” in cui si nega poi ogni farmaco: se non riceve farmaci, il malato potrebbe quasi pensare che il curante non ha creduto che davvero loro stanno male.
Questo poi assume significati ancora piu’ pesanti quando andiamo su aree delicate come l’infertilita’: e’ sempre meglio dare loro una speranza e magari anche qualche placebo, piuttosto che sparare loro in faccia un “non c’e’ niente da fare”.
Ma soprattutto penso che bisogna dare loro tempo, bisogna visitarli, toccarli, ascoltarli, non essere nervosi, e far loro comprendere che crediamo alla loro sofferenza.
Altro elemento che indubbiamente gioca un ruolo decisivo e’ il fatto che spesso molti pazienti ricercano il parere del medico “MZUNGU” (cioe’ BIANCO): questo e’ insieme un punto di grossa responsabilita’ ed anche un po’ una croce, perche’ a volte capita che l’ospedale e’ tranquillo e non ci sono tanti pazienti, ma la coda del medico “espatriato” e’ sempre lunghissima.
E’ comunque sempre e solo cercando di capirli e di accettarli come sono che potremo davvero aiutarli.

Fr Beppe

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