Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 30 dicembre 2011

Antologia di sentimenti su Chaaria


“Tanti nuovi nati accolti al mondo; nuove persone conosciute che saranno per sempre amici; un’alba che ti lascia senza parole; canti in lontananza, momenti di crisi, una bombola di ossigeno per due persone che ne han bisogno; strade che fan paura ma autisti che se la cavano sempre; tante risate; il doversi arrangiare con quello che c’e’; la forza di chi lavora qui ogni giorno; il silenzio; le chiacchiere; le urla dei Buoni Figli, o qualche volta i loro sorrisi silenziosi; i canti della Messa. Reimparare a usare il fetoscopio, le mani invece dell’ecografia, gli occhi invece di mille esami.” 
(Francesca)

“Parto dall’accoglienza all’arrivo: ci siamo sentiti subito a nostro agio. Ci ha sorpreso la puntualita’ negli orari prefissati per i vari impegni, dalla prima colazione agli orari di lavoro e dei ‘break’ (altro che ‘african time’).
Qui ogni volontario fa quello che puo’, e cio’ consente agli effettivi di riposarsi un po’. Ci e’ stata data la possibilita’ di mettere in pratica quanto ci eravamo prefissati di offrire, e questo ci ha molto gratificato. Ci siamo sentiti parte del sistema, sistema che funziona molto bene, che richiama moltissima gente e che soprattutto e’ a disposizione delle gente povera e bisognosa di assistenza. E’ quello che cercavamo!
(Venire fin qui e sentirci ‘tollerati’, o peggio ancora messi in disparte, sarebbe stato deprimente, demoralizzante!
Ringrazio il Signore che ha consentito che qui si formasse una ‘FAMIGLIA’ composta da gente cosi’ ferma nei propri principi, cosi’ capace nell’operare, cosi’ pronta a promuovere aggiornamenti, ad imparare nuove modalita’ di diagnosi e terapia, a portare avanti sani principi di umanita’, di accoglienza, di disponibilita’ verso chi e’ meno fortunato”.   
(Aldo e Luciana)

“Quando ripensero’ a Chaaria non potro’ fare a meno di ricordare il volto di una donna Meru che con un sorriso sconvolgente e rivolgendomi un discorso nella sua lingua, mi ha accarezzato il volto; non potro’ mai dimenticare tutte le benedizioni ed i ringraziamenti che i pazienti mi hanno rivolto, ma soprattutto spero di portarmi a casa quella serenita’ e quel sorriso che non mi hanno mai abbandonato in questa esperienza! Preghero’ per voi cari Fratelli, affinche’ Dio possa sempre assistervi nel vostro servizio”.
(Manuela)

“Inizialmente al nostro arrivo, pensavamo al volontario come ad una specie di eroe, che arriva in un posto a creare qualcosa di nuovo. Con l’esperienza fatta a Chaaria ci siamo rese conto che il volontario non e’ questo... ed allora ci siamo domandate: ‘ma quale contributo stiamo dando? Il nostro lavoro e’ veramente utile qui?’
Poi cammin facendo abbiamo realizzato che Chaaria e’ come un grande e fantastico puzzle in costruzione, e che noi volontari, insieme ai Fratelli ed a tutto il personale, siamo i pezzi che lo compongono, e che ogni giorno lo fanno diventare sempre piu’ bello e completo.
Chaaria e’ condivisione e dono di se stessi agli altri. Grazie per averci fatto scoprire che cosa significhi volontariato”. 
(Michaela)

“Era una esperienza che desideravo vivere da molti anni, quella di volontariato in una missione in Africa, ma non avrei mai pensato di poterla fare cosi’ da un giorno all’altro e soprattutto... da infermiera!
Sono stati giorni, momenti, ore, piu’ che positivi... il che non vuol dire sempre permeati da euforia ed entusiasmo, sempre ‘rose e fiori’...gioie, difficolta’, soddisfazioni, crisi... ma tutto questo porta ad una positivita’ che rimane salda e radicata dentro di me; euforia ed entusiasmo sarebbero svanite in un nonnulla!
La definirei come una esperienza di crescita e di confronto, confronto con un’altra cultura, un altro mondo, confronto professionale all’interno di una equipe multietnica, e confronto personale con me stessa come persona e come infermiera.
Prima esperienza di volontariato, primo viaggio cosi’ lontano da casa, completamente mio... deciso, programmato ed organizzato; primo Natale non in famiglia, primo ingresso in ospedale da infermiera e non da studentessa tirocinante... non male direi.
Neolaureata in un periodo di cambiamento e transizione in cui si comincia a dare una direzione alla propria vita, questa esperienza porta ad una spinta ulteriore per spiccare il volo!
Asante sana. See you soon”. 
(Maria)

“Ho avuto la possibilita’ di sporcarmi le mani in questo mondo e di spendermi nel servizio, ma non solo: la scoperta di un mondo nuovo, l’incontro con una nuova cultura, riscoprire la bellezza e l’importanza del confronto e della relazione.”
(Massimiliano)




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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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