Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 22 gennaio 2012

Chaaria e Babele


Mai come, quando si sta a Chaaria, si capisce quanto dovessero essere disperati gli abitanti di Babilonia quando il castigo Divino li privo’ della lingua comune e non poterono piu’ capirsi.
Molto ma molto piu’ in piccolo anche a Chaaria si vivono queste situazioni.
In questo momento ci sono volontari dall’Italia, dalla Polonia, dagli Stati Uniti, un Italiano che vive e lavora nella Svizzera Francese, una volontaria nata in Inghilterra, vissuta in Francia ed anch’essa attualmente in Svizzera. Fin qui va tutto bene: con un Inglese piu’ o meno fluente e con l’aiuto reciproco ci si intende.
Il difficile comincia in Ospedale: la maggior parte dei ricoverati non parla Inglese, ma Kiswahili (lingua nazionale) o Kimeru (la lingua locale). Ovviamente i due idiomi sono del tutto diversi tra loro e solo chi e’ stato a scuola li parla entrambi. A questo punto, per comunicare con i malati, i volontari devono ricorrere alla traduzione degli infermieri o dei clinical officer.
Ma qualcuno di loro non e’ della zona, quindi parla solo Kiswahili e non il Kimeru: il tuo traduttore deve allora cercarsi un secondo traduttore che aiuti lui o lei che sta aiutando te.
Ricordate il gioco che si faceva da bambini, sussurrando all’orecchio del vicino qualche parola che doveva passare al successivo e cosi via: in fondo alla fila dei bimbi spesso arrivavano parole del tutto diverse o incomprensibili; mi sembra si chiamasse telefono senza fili.
Fosse finita qui. Ogni giorno vengono ricoverate persone che arrivano dal Nord, Turkana, Rengilla, ed altre tribu’. Ognuna parla la sua lingua non conosce Inglese, Kiswahili, Kimeru, ma non conosce neanche il linguaggio della tribu’ del nord che no siano la sua. In questo periodo abbiamo diverse persone in reparto con le quali si usa solo il linguaggio dei gesti: loro mi dicono qualche cosa, io alzo le spalle ed alzo le mani in su; sono pero’ un poco perplesso perche’anche i gesti non sono sempre internazionali. Anche semplicissimi messaggi tipo “bevi tanta acqua” “ alzati e non stare tanto a letto” sono difficili da trasmettere.
Ogni tanto qualche ricoverato che parlucchia un po’ di Kiswahili si offre come traduttore: immaginatevi la catena, da una persona analfabeta che parla con una semianalfabeta che traduce in una lingua che non padroneggia appieno…..noi tutti speriamo veramente che la Provvidenza non si distragga mai.
Certo sarebbe bello e romantico dire che con il  linguaggio dell’amore ci si capisce sempre, ma quando bisogna decidere su una terapia o su un intervento chirurgico, una certa sensazione  di disagio ti coglie. E’ uno dei tanti aspetti della complessita’ di Chaaria, di quella complessita’ che ti fa dire “ma perche’ sono venuto a cacciarmi in tutti questi problemi” ma ti fa concludere “ in ogni caso ci torno”.

Max Albano


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