Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 14 gennaio 2012

Lettera di Erika Baggio

Ho saputo della morte di Sr.Oliva e come tutti noi ho provato tristezza e dolore...ma so anche che in ciascuno di noi che l'abbiamo conosciuta lei rimane viva nei nostri ricordi  e nei nostri cuori: in tutti gli orfani che ha accudito,a quelli a cui ha dato il nome di Oliva, Maria Oliva, Crispino... a tutti i sofferenti e  malati che ha accompagnato in questi lunghi anni.
Personalmente la vedo ancora la sera che gioca a carte insegnando a sr.Lucy a giocare a Macchiavelli, a me a rammendare le calze con l'"ovetto" dentro, a dire il rosario assieme, la vedo andare a messa con gli stivaloni e l'ombrello nella stagione delle piogge, a preparare il bagnetto verde che si tirava fuori solo la domenica e si centellinava scrupolosamente...
GRAZIE Sr.Oliva per ogni sorriso e gesto che hai lasciato a ciascuno di noi!

Erika Baggio



 

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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