Era il fratello di una nostra suora di clausura
di Tuuru.
Da tempo lo seguivo per un carcinoma epatocellulare, che avevo
diagnosticato prima ecograficamente e poi con biopsia. Si trattava di una
grossa massa del lobo destro, che al paziente procurava dolore e senso di peso all’area epatica.
E’ rimasto stazionario per molti mesi,
creando, specialmente nella sorella, l’illusione di un miracolo.
Purtroppo pero’ l’epatoma non perdona.
Dietro al relativo benessere di Makembu, le cellule tumorali lo consumavano e
lo mangiavano poco alla volta.
Tre giorni fa e’ stato portato a Chaaria in
coma epatico, e non ha mai ripreso coscienza, nonostante le nostre terapie. E’
passato dall’incoscienza alla morte forse senza sentire dolore, e lasciandoci
ancora una volta senza parole.
Makembu era infatti ancor giovane, sulla
quarantina, e lascia dietro a se’ una moglie e due figli in condizioni di
estrema poverta’.
Il carcinoma epatocellulare e’ molto
frequente a Chaaria, per ragioni che ci sfuggono totalmente.
Qualcuno indica un contaminante del
granoturco chiamato aflatossina, come un possibile agente eziologico… ma la
realta’ e’ che anche questa ipotesi non ci aiuta molto in quanto non abbiamo I
mezzi tecnici ne’ per analizzare il mais per la presenza del contaminante, ne’
possiamo consigliare alla gente di astenersi dal granoturco che e’ certamente
un piatto basale nella dieta africana.
Non conosciamo altre vie per la
prevenzione. In questo caso l’alcool non sempbra coinvolto nella genesi del
tumore.
Ci troviamo quindi con le mani
assolutamente legate. Non siamo in grado di preveniire e non abbiamo alcuna
terapia quando il tumore viene scoperto: la chemioterapia infatti e’ per lo
piu’ inefficace, ed inoltre pochissimi avrebbero i soldi per recarsi al
Kenyatta National Hospital per tale trattamento.
Anche la storia di Makembu e’ un richiamo
alla nostra totale impotenza di fronte ai tumori maligni.
Fr Beppe Gaido
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