Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 13 febbraio 2012

Solo dieci giorni fa...


Solo dieci giorni fa sbarcavo dall’aereo che mi riportava a casa dopo un mese a Chaaria. Quaranta gradi di differenza tra il caldo Keniota ed il gelo padano ed un grande bagaglio di nuove sensazioni, impressioni, ricordi da digerire e riordinare.
Ho impiegato giorni a lasciar sedimentare, riflettere, ricordare con più calma.
Chaaria è sempre più un cantiere, non solo fisico, con i lavori della nuova sala operatoria, ma anche nei progetti per il futuro e nel lavoro di tutti i giorni.
L’afflusso di malati è inarrestabile (ed è bene così), ma siamo stati sempre in overbooking, sempre di corsa, con la sensazione di essere, nonostante tutti i nostri sforzi, un passo indietro alle necessità: la classica rincorsa di Achille alla tartaruga.
E’ stato anche un periodo entusiasmante per la varietà e la qualità dei volontari presenti, con frequenti arrivi e partenze, con gli inevitabili risvolti psicologici, rimpianto di chi hai appena conosciuto e curiosità per chi ti è appena apparso davanti.
E’ stato anche un momento per rinsaldare la conoscenza e l’amicizia con i Fratelli per apprezzarne l’impegno e la presenza continua ed attenta.
Il momento più impegnativo si è verificato quando Fr. Beppe si è dovuto allontanare, affidandoci di fatto l’ospedale. Eravamo ed io forse più di tutti assolutamente preoccupati di mandare avanti bene il lavoro, di non fare guai, di non deludere Chaaria e noi stessi. Mi ha colpito molto, in quei giorni, lo sforzo di aiuto reciproco che si è verificato, dal saggio ed esperto Antonio al più giovane dei volontari e gli “storici” dello staff locale: ci siamo “riuniti a coorte” con una determinazione che ci ha reso più forti.
Nella cena comunitaria dDurante la serata dei saluti prima della partenza, ho raccontato, che, quando in Italia parlo di Chaaria, spesso uso il NOI; noi facciamo…. noi vediamo…. Non voglio intestarmi meriti che non ho, ma mi sento di poter dire che Chaaria è anche un po’ la mia casa africana, una realtà che vivo poi tutto l’anno nel blog, nelle lettere pubblicate, nei racconti di situazioni che avrei potuto affrontare.
I prossimi anni possono diventare ancora più entusiasmanti: la nuova Sala Operatoria, la nuova Maternity, l’apparecchio radiologico probabilmente in arrivo e chissà cos’altro. Sono momenti che non mi voglio proprio perdere: il cantiere Chaaria ha bisogno di molti operai: rimbocchiamoci le maniche.

Max
 

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