Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 26 marzo 2012

Un caleidoscopio


Oggi certamente abbiamo piu’ di 500 pazienti ambulatoriali, ed il carico di lavoro e’ alle stelle.
Con occhio impaurito e un po’ sconsolato, do uno sguardo alla sala di attesa colma di gente. Sembra un formicaio, ma anche un caleidoscopio di razze.
Oggi abbiamo  moltissimi client da una comunità nomade di etnia Rendille: sono carini, seminudi; puzzano di mucca ad un chilometro; hanno le borracce a tracolla  e l’inseparabile lancia anche durante l’ecografia; le donne portano anelli sui bicipiti, ai polsi ed alle caviglie; sfoggiano decine di girocolli tradizionali (meno male che di solito non mi chiedono l’ecografia tiroidea), ed hanno buchi enormi ai lobi delle orecchie.
Anche questo mi sembra un dono di Dio, che ha deciso di fare del nostro ospedale non solo un luogo ecumenico (i Rendille sono animisti, i Somali musulmani, e la maggior parte delle altre etnie e’ polverizzata in una miriade di denominazioni cristiane talvolta sconosciute), ma anche un luogo di incontro fra tribù: oggi nell’atrio vedo Meru, Kikuyu, Akamba, Borana, Somali, Turkana, Luo, Kisii e Rendille; ma ci sono anche alcuni Pakistani ed Indiani residenti a Meru.
Che bello!
Fr Beppe Gaido

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