Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 19 marzo 2012

Un libro aperto

E’ notte fonda, sono le 2,15,   il taxi mi sta aspettando; chiudo casa e parto verso il pullman che mi porterà a Malpensa per poi volare per la quarta volta nella mia Africa: Chaaria.
Con me ci sono Beppe Far., Monica, Max e Agnese, la sorella di Suor Oliva.
Agnese vuole incontrare sua sorella, per assisterla nell’ora del trapasso.
Io mi fermo tre giorni al Cottolengo Missione di  Nairobi, dove ci sono parecchi bimbi ammalati. Altro luogo dove si regala amore.
Il 6 Gennaio, con Antonio e Lincoln parto per Chaaria. Come sempre sono accolta con affetto e gioia da parte di tutti, oltre che dai fratelli e dalle suore, anche dai Buoni Figli, alcuni sono venuti ad aspettarmi, anche tutto il personale mi ha salutato e con gioia mi ha dato il benvenuto. Poco dopo incontro Fr. Beppe in un affettuoso e commosso abbraccio.
Questa volta alloggio nella casa delle suore; non ritrovo solo il mio letto da regina, ma una reggia intera e……  sono già coccolata.
Come sempre, quando torno, mi sembra di essermi assentata solo per pochi giorni e non per un anno.
Ritrovo la natura verdeggiante, ritrovo i profumi, ritrovo il cielo stellato che pare mi venga incontro, ritrovo l’affetto sincero, ma ritrovo anche l’ospedale pieno di sofferenza….
Ritrovo due orfanelle: Cristina e Miriam, quest’ultima alla quale ho dato molta attenzione,  dopo un anno la rivedo rifiorita e piena di vita, si butta nelle mie braccia, anche se penso che non mi abbia riconosciuta, ma nell’abbracciarla mi commuovo.
Soprattutto però trovo Suor Oliva, da me tanto amata ed ora tanto ammalata.
Il mio incontro con lei e’ stato indescrivibile: hanno parlato i nostri occhi, le nostre strette di mano, i nostri abbracci. Il  mio cuore piange di dolore.
Chaaria, sei un libro aperto, con tante pagine scritte, dove alla fine di ogni giorno se ne scrivono altre in   capitoli sempre nuovi. Sei un libro da leggere e da meditare aperto a tutti quelli che lo desiderano consultare. Chi ti legge non può rimanere indifferente a questa Africa che ti entra sotto la pelle, invade il tuo cuore. Questa gente che ti osserva profondamente e che timidamente ti sorride.
Non finirò mai di ringraziare il Cottolengo che ancora una volta mi ha dato  l’opportunità di condividere questo tempo con questa gente,  cercare di vedere il volto di Cristo nei più poveri, nei più deboli, nei più sofferenti. Grazie a Fr. Roberto, a Fr. Beppe a Fr. Giancarlo e a tutti i fratelli, Suore, Buoni Figli, volontari e personale che mi hanno sempre dimostrato il loro affetto.
In una  pagina di questo libro è legato un mio ricordo.

Quella sera percorrevo la via che porta all’ospedale, avevo in mano la pila, ma non è stato necessario azionarla, le stelle sono tante a venirmi incontro, per avvolgermi e la luna era così lucente da illuminare la strada.
Desideravo ancora incontrare le ammalate e soffermarmi con loro per augurare la “buona notte”. Entro in punta dei piedi e lentamente osservo ogni letto, alcune dormivano già, altre parlottavano sommessamente tra di loro, altre invece erano ancora sveglie.
Mi fermo accanto al letto di Gioannina.

Da alcune settimane Gioannina è ospite a Chaaria. Giunta da noi già priva della gamba destra, amputata tempo addietro per cancrena da diabete, ora la stessa patologia, si era manifestata anche dal piede sinistro, il suo alluce e le dita mostravano segni evidenti di una cancrena progressiva, per cui la soluzione per continuare  a vivere era quella di amputare anche questa gamba sinistra.
Gioannina spesso mi prendeva  la mano e mi mostrava il suo piede e  mi sorrideva e mi parlava, anche se io naturalmente non capivo nulla, ma volevo starle accanto e l’accarezzavo cercando di dirle parole di conforto e congiungendo nella preghiera le mie mani con le sue. Questa sera sembrava che mi aspettasse. Mi fermo davanti al suo letto e la osservo bene, sempre sorridendole, ma con tanta pena nel cuore guardo il suo corpo ormai accorciato di molti centimetri, e con entrambi le gambe amputate; intanto non posso trattenermi dall’osservare i lobi pendenti delle sue orecchie, nei suoi fori passerebbe comodamente il mio dito  pollice; lei appartiene alla tribù dei Meru. Poi dopo aver tanto parlato e ripetuto con me Gesù, Maria, Giuseppe, a mani congiunte inizia a muovere le spalle e il busto, a danzare e a cantare, (danzano anche i suoi lobi pendenti). Mi viene da sorridere e in parte un poco mi  diverte. Quando si fermava cominciava a parlare in Kimeru, poi sorrideva e iniziava nuovamente il suo ballo. Finalmente mi vengono tradotte le sue parole: “Quando morirò, incontrerò Gesù, avrò nuovamente tutte e due le mie gambe e allora ballerò con Lui”. Mi commuovo tanto, le faccio una carezza e dico: - ”Spero di esserci anche io a danzare con voi”.
Ciao Gioannina. 
Buona Notte.
Gennaio 2012.

Rosella



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