Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 25 giugno 2012

La discarica Chaaria

Mi pare che spesso le persone pensino a Chaaria come ad una discarica. E’ molto frequente che una persona venga portata in ospedale con il fine specifico di abbandonarla qui da noi. 
Sono situazioni spiacevoli e molto stressanti, sia per noi che per i malati stessi, che spesso non sono al corrente dei piani dei familiari e soffrono tantissimo per l’abbandono. Per noi questi casi sono un grave problema economico e gestionale: per esempio ora abbiamo un ragazzo di 14 anni di nome Domiziano, che e’ stato abbandonato qui a Chaaria da gennaio. La famiglia viene da molto lontano. 
Il povero paziente ha una pancitopenia con anemiegravissime e ricorrenti, e lo dobbiamo trasfondere due volte alla settimana. Il puntato midollare non ci ha portato a nessuna diagnosi specifica, ed la puntura splenica ha escluso il Kala Azar. 
Ora il ragazzo e’ qui; noi non riusciamo in alcun modo a contattare la famiglia; non lo stiamo veramente aiutando in quanto avrebbe probabilmente bisogno di un trasferimento presso una clinica universitara di ematologia; per lui consumiamo la maggior parte delle nostre scorte di sangue; non possiamo neppure portarlo a casa in quanto, se la famiglia lo ha abbandonato in tal modo, sicuramente lo lascerebbe morire di anemia... e non da ultimo, per lui spendiamo un sacco di soldiche nessuno ci rifondera’. 
Certamente non possiamo farci carico noi stessi di portarlo alla clinica universitaria, sia perche’ a volte ci vogliono giorni prima di riuscire a vedere lo specialista, sia perche’ di soldi per coprire le ingenti spese di quell’eventuale ricovero, proprio non ne abbiamo. Il caso di Domiziano e’ solo uno dei tanti, direi un esempio paradigmatico. 
Sono generalmente casi sociali difficilissimi da affrontare: se il figlio maschio nella cultura africana e’ il dono di Dio piu’ importante, devo per forza dedurre che l’abbandono di Domiziano sia dovuto o ad una sitiazione di estrema poverta’ oppure ad uno stato di totale disgregazione familiare. Inoltre tali casi di abbandono ci intasano i reparti e costituiscono una delle cause per cui spesso abbiamo due pazienti per letto. 
Da ultimo contribuiscono pesantemente alla cronica situazione deficitaria dei nostri bilanci. Ma e’ davvero difficile trovare delle soluzioni: da una parte bisognerebbe dimettere i pazienti abbandonati, al fine di responsabilizzare le famiglie. 
Pero’, soprattutto se gravi, tale decisione potrebbe essere una condanna a morte: se la famiglia non li voleva e li ha “buttati via” in ospedale, e’ chiaro che non si prendera’ cura di loro alla dimissione. 
Tante volte poi gli indirizzi sono approssimativi e non riusciamo a trovare le famiglie neppure quando andiamo a far loro visita nei villaggi: altre volte troviamo i parenti, ma sono totalmente ostili nei nostri confronti. 
D’altra parte, anche se sarebbe bello, non abbiamo davvero le risorse economiche per trasportare i malati cronici ed abbandonati in strutture piu’ specializzate della nostra! E cosi’ Domiziano e’ ancora qui; anche oggi lo abbiamo trasfuso, e non sappiamo cosa sara’ di lui domani. 
Quando mi vede, egli abbassa lo sguardo perche’ sa che gli chiedero’ di suo padre, e lui non sa cosa rispondermi. 
Ho pero’ da tempo deciso di non chiedergli piu’ nulla, per non aumentare il suo interiore tormento. 

Fr Beppe


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