Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 20 luglio 2012

Karimi e Mutethia

“Habari yako, Padre”, mi dice una voce dall’interno, prima ancora che io possa vedere la persona.
“Nzuri sana” – rispondo – senza scorgere la mia interlocutrice.
“Volevamo solo portarti i nostri saluti e anche un qualche aiuto da Chaaria. Sappiamo che hai dei problemi finanziari, mentre noi abbiamo delle persone che vorrebbero aiutarti. Non so se riusciremo a costruirti una casa nuova, ma per ora potremmo pensare a pagare la scuola per tuo figlio”.
“ Non ho parole per ringraziarvi. Io sono vedova e mio figlio ha bisogno veramente di tutto.  Lavoro la terra, ma non è facile tirare avanti”.
“Come fai a dormire in questa catapecchia, su un pendio così estremo? Non hai paura che le piogge ti portino via?”
“No che non ho paura. Io in questa casa ci sono nata. Poi ci sono gli alberi, ed i nostri antenati ci hanno insegnato che finchè non li tagliamo, loro ci proteggeranno con le loro radici. Essere in un posto così difficile da raggiungere ci protegge anche dai malviventi”.
“Come ti chiami?”
“Karimi”.
“Che bel nome. Ti si addice proprio. Infatti vuol dire contadina, e vedo che stai cercando di ricavare quanto più possibile da questa terra non facile”.
Vicino a Karimi c’è un bambino con abiti logori, senza scarpe e con lo sguardo maturo ed un po’ serio. Non ha altri giocattoli che un cerchione di bicicletta, tutto arrugginito. Lo fa girare e lo rincorre per il cortiletto. “E lui come si chiama?”. “Lui è il mio primogenito, si chiama  Mutethia – mi dice – ed è molto volenteroso. Mi aiuta tanto, soprattutto da quando è morto suo papà”.

“Povero piccolo – penso tra me e me - in questa casa senza pavimento, senza acqua corrente e senza elettricità deve essere proprio dura alla sua età.
“Dio ti benedica, Karimi. Ti manderò i soldi promessi ed un bel po’ di vestiario tramite il parroco. Vedrai che anche Mutethia sarà elegantissimo”.
Mentre risaliamo la ripida pendice, io ripenso alle nostre case sontuose in Italia, agli infiniti giocattoli per i nostri bambini, allo spreco che a volte caratterizza la nostra società. Poi ripenso a Karimi e a suo figlio. A come deve essere per lei la notte in quella capanna illuminata solo dalla fioca luce di una lampada a petrolio. Karimi mi sembra una donna fortissima, coriacea, e la ammiro dal profondo dei miei visceri.
Ripenso anche alla mia bella camera a Chaaria e a tutte le mie comodità. Poi dico a me stesso: “ Noi facciamo il voto di povertà, ma sono altri a viverlo in maniera drammatica. Quando vedo situazioni come questa mi vergogno di essere religioso, e di vivere in condizioni di vita così tanto superiori a quelle di coloro che stanno male davvero.
Karimi è veramente beata agli occhi di Dio, perchè, nella sua serenità, vive la povertà evangelica in un modo che mi lascia a bocca aperta.

Fr Beppe Gaido



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