Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 23 ottobre 2012

Kimani si è auto-dimesso

Sono le 13.30 di domenica 21 ottobre, ed io ho tantissime emergenze in sala parto.
Con mia sorpresa vedo Kimani che ciondola nei paraggi e tenta di seguirmi ovunque, entrando anche in maternita’.
La signora delle pulizie piu’ volte lo allontana con garbo, ricordandogli che non deve entrare in certe stanze.
Kimani la segue docile, ma immediatamente ritorna da me in sala parto. Allora gli chiedo di cos’abbia bisogno.
Lui mi fa vedere il braccio dove e’ infissa un’agocannula. Evidentemente se la vuole far togliere.
Considerando che la terapia antibiotica e’ conclusa e Kimani non ha piu’ il lasix in vena, io dico di si’, senza rendermi conto minimamente di cio’ che tale assenso avrebbe significato per la psicologia del nostro paziente.
Kimani esulta non appena l’infermiera gli toglie l’ago dalla vena; ride forte e quasi salta di gioia.
Sono contento che Kimani stia meglio e sia di buon umore; lo saluto e continuo con il mio lavoro in maternita’.
Pochi minuti piu’ tardi vengo pero’ chiamato da Fr Giancarlo che appare piuttosto scosso: mi stupisco al vedere il mio confratello al fianco di un Kimani sudato freddo ed alterato nei pressi del cancello dell’ospedale; tra l’altro, Kimani non ha piu’ il pigiama, ma i suoi vestiti migliori della domenica.
“Lo abbiamo fermato mentre stava andando a Chaaria per la miraa, ma e’ stato molto violento e reattivo!” mi dice Giancarlo.
Mi siedo vicino a Kimani, ancora molto arrabbiato.
Gli spiego che non e’ ancora stato dimesso e che, se accetta di non scappare a Chaaria, al pomeriggio lo avrei portato ad una festicciola organizzata dalle volontarie presso il Centro.
Kimani boffonchia e si dirige verso i Buoni Figli nell’attesa della festa.
Ho un altro cesareo da fare prima di potermi recare al Centro Buoni Figli per il momento gioioso preparato da Lorena, Milena e Silvia.
Quando finalmente vi giungo, mi rendo conto che Kimani e’ gia’ la’ e che non si e’ affatto rimesso la divisa dell’ospedale... anzi, mentre noi tagliamo la torta per gli altri Buoni Figli, lo vediamo andare avanti e indietro dall’ospedale: nell’ultimo viaggio Kimani torna anche con le lastre e con le ciabatte.
Gli chiedo allora: “Stanotte dormi in ospedale, vero?”
“No... qui...basta!”
La sua semplice e lapidaria risposta e’ stata piu’ che eloquente, ed infatti Kimani non e’ piu’ rientrato in ospedale.
Adesso quindi lo seguiro’ come paziente ambulatoriale presso i Buoni Figli.
Il Cottolengo ha proprio ragione quando dice che i poveri sono i nostri padroni.
Comunque stavo per decidere la dimissione, in quanto le terapie sono tutte per bocca al momento. Nella foto con Silvia lo vedete pochi minuti dopo la dichiarazione di auto-dimissione, domenica scorsa.
In quella con Salvina vedete invece il Kimani di due mesi fa, e vi potete rendere quindi conto di quanto in fretta le sue condizioni siano deteriorate.
Speriamo che comunque pian piano Kimani possa ritornare quello di prima.
Fr Beppe


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