Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 13 gennaio 2013

Il medico deve essere come un soldato

 
Sono le 18 di domenica. Mi avventuro nel bananeto per una passeggiata serale in cui cerco di rilassarmi un po’ prima della preghiera. Come sempre porto con me il cercapersone.
A quest’ora c’e’ una luminosita’ tutta particolare. Il sole comincia a calare e la luce si fa gialla: il colore delle foglie cambia e diventa smeriglio. Le nubi che coprono il sole che si tuffa sull’orizzonte assumono contorni dorati, ed i raggi che da loro si dipartono suscitano in me reminiscenze bibliche.
Guardo la natura, cammino lentamente e non penso a nulla.
Poi odo una voce concitata che mi chiama. Mi giro di scatto e vedo il mio amico poliziotto in tenuta mimetica e con il mitragliatore a tracolla: “Vieni subito in ospedale. E’ una emergenza. Corri. Ti spiego poi la’. Marete ha dieci anni meno di me, ed ha alle spalle un training militare che da’ alle sue gambe una agilita’ che a me ormai manca: faccio fatica a stargli dietro nel breve tratto in salita, ma lo seguo senza trovare il fiato per parlare.
In ambulatorio ci troviamo davanti un uomo ustionato gravemente sul tutto il corpo. Piange di dolore, ma stranamente si regge in piedi. La sclera degli occhi appare ancora piu’ bianca sullo sfondo del suo volto sfigurato dalle fiamme. Metto i guanti e provo a visitarlo: dovunque lo tocco, lui prova un dolore indescrivibile. Decidiamo di dargli dei forti analgesici prima di tentare il reperimento di una vena. 




A questo punto, mentre sto aspettando l’effetto del farmaco, mi giro verso l’agente che e’ sempre rimasto con me ed ha cercato di consolare la moglie disperata. Mi confida: “Dicono che sia un ladro, ma io lo conosco. Potremmo chiamarlo ladruncolo: galline o poco piu’. La gente sostiene di averlo sorpreso sul fatto mentre rubava nuovamente. A questo punto la furia popolare e’ scoppiata: un gruppo per ora non identificato lo ha “incaprettato”, gli ha messo un copertone di automobile attorno al corpo, lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco.
Qualcuno pero’ ci ha avvertiti, per cui noi siamo corsi sul posto immediatamente. Appena ci hanno visti arrivare, i malandrini si sono dispersi. Meno male che avevamo portato delle coperte che ci hanno permesso di spegnere le fiamme quasi subito, anche se i vestiti avevano gia’ sparso il fuoco su tutto il corpo. La moglie non era li’, ma e’ stata avvisata e ci ha raggiunti qui in ospedale”.
“Grazie, Marete: sei proprio importante per Chaaria. Ora penso che tu possa andare. Proveremo a fare qualcosa per questo disgraziato. Speriamo solo di riuscire a trovargli una vena”.
E’ stato un calvario per lui e per noi togliere quei rimasugli di abito saldamente attaccati al sottocute. Lo abbiamo fatto soffrire molto anche quando gli mettevamo la flebo, gli facevamo il richiamo antitetanico e cercavamo di medicarlo. Lo abbiamo messo a letto nudo, avvolto in teli sterili che coprivano la nostra pomata all’ossido di zinco. Abbiamo posizionato degli archetti per impedire che il peso delle coperte lo facesse soffrire ancora di piu’. Temevamo il momento in cui avremmo dovuto girarlo: avrebbe urlato nuovamente mentre lo afferravamo sulla carne viva, e gli avremmo fatto male ancora. D’altra parte avevo paura a fargli la morfina: temevo che lo mandasse in arresto respiratorio.
Tutto questo pero’ non e’ avvenuto, perche’ alle ore 21 sono stato chiamato nuovamente in ospedale: il giovane paziente stava dando gli ultimi respiri. Abbiamo tentato una rianimazione disperata di fronte agli occhi imploranti della moglie, ma la vita mi scappava dalle mani ed io non riuscivo a riprenderla. Il malato e’ morto davanti a me, a causa delle ustioni troppo estese, a meno di 4 ore dall’attentato.
Con mia sorpresa, all’uscita dalla camera 28 mi trovo davanti ancora Marete: “Come sta?” mi chiede preoccupato. Io non gli rispondo e guardo il pavimento. Lui mi conosce bene e comprende. Non dice niente, ma mi trascina via, e aggiunge: “i medici devono essere come i soldati. Non ti e’ concesso fare il sentimentale. Ora vieni con me che ho un altro problema per te”.
“Cosa mi hai portato stavolta?”
“E’ un periodo brutto. Non so se la gente sta diventando matta. Vieni e vedi”.
Lo seguo e mi ritrovo in una stanza piena di uomini. In mezzo a loro noto la nostra barella su cui giace un uomo con tagli estesi sul volto e sulla schiena. Ma la cosa piu’ impressionante e’ notare la mano sinistra appesa al resto del corpo solo piu’ da un lembo di cute. Le arterie sono beanti e bisogna agire subito.
Marete sussurra: “fai il tuo lavoro. Io torno dopo e ti dico chi e’ stato”.
Non c’e’ modo di tentare una ricostruzione... magari si potrebbe, se fossimo in un centro traumatologico attrezzato, ma a Chaaria la soluzione piu’ ovvia ed ineluttabile mi sembra una amputazione veloce, con immediata sutura dei vasi sanguinanti. Fortunatamente abbiamo tessuto a sufficienza. Io mi occupo della mano assistito da Makena. Ken inizia a cucire le profonde ferite del volto. Il lavoro e’ lungo ed estenuante. Mentre continuiamo a operare alcuni membri dello staff mi vengono a dire che si tratta di un cugino dell’uomo appena morto carbonizzato.
Non ci voglio pensare. Queste sono distrazioni inutili che non portano nulla di buono alla concentrazione del chirurgo. Ora l’importante e’ salvare la vita di questo giovane che non avra’ piu’ di 18 anni.
E’ mezzanotte suonata quando finalmente riusciamo a mettere lo sventurato in un letto. All’uscita della sala ritrovo ancora Marete. D’istinto gli dico: “anche tu non dormi mai! A Chaaria non so se conviene di piu’ fare il medico o il poliziotto. Piu’ o meno mi sa che siamo entrambi sempre di guardia”.
Lui mi risponde con un sorriso dolce, come al solito.
“E’ stato suo padre a colpirlo cosi’. Le ragioni ancora non le abbiamo comprese a fondo. Non riesco a capacitarmi come un genitore possa fare cio’ ad una sua creatura. Forse in Italia voi non avete questo problema”.
“Caro amico, vieni che ti offro un bicchiere d’acqua e poi cerchiamo di andare a letto entrambi: in Europa e’ esattamente come qui. Il problema non e’ dove ti trovi. Il vero problema e’ il cuore dell’uomo che e’ uguale a tutte le latitudini. Gia’ i Romani dicevano: ‘homo homini lupus’, ed e’ ancora cosi’. Ovunque il cuore umano cerca la risposta alla propria insoddisfazione nella violenza, nello schiacciare il prossimo e ripete all’infinito lo sbaglio che ha accecato Caino. Nel mondo gli uomini si uccidono, si prevaricano, cercano inconsciamente la felicita’ sopprimendo colui che ritengono un avversario. Ma poi si ritrovano con un pugno di mosche e con un peso insopportabile sul cuore. E la storia non e’ affatto maestra di vita: l’umanita’ dalla storia non impara proprio niente.
Meno male che ci siete voi che ci proteggete. Il vostro posto di polizia nel nostro bananeto a difesa dell’ospedale, e’ un vero dono di Dio. Sono certo che, se voi non foste qui, saremmo gia’ stati attaccati molte volte. 
Siete i nostri angeli custodi. Buona notte, caro amico. Cerca di non svegliarmi di nuovo se puoi”.

Fr Beppe Gaido

Guarda il video....