Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 26 marzo 2013

A Chaaria non esiste una appendicite normale

Sono le 12.30 ed onestamente ho un po’ fame. Mi chiamano pero’ in sala perchè il paziente e’ pronto e l’anestesia spinale e’ fatta. “Poco male! L’appendicite la facciamo in 45 minuti.
Lascio sottocute e cute a Kanyua e quindi posso fare pranzo per l’una e un quarto al massimo”. 
Da quando abbiamo Pasqualina, abbiamo preso l’abitudine di dire sempre una preghiera prima di iniziare l’intervento. Oggi il paziente viene da Marsabit ed e’ di religione islamica.
Come d’abitudine, lasciamo quindi a lui il compito di guidarci nella preghiera. Lui incomincia una cantilena tipicamente musulmana, della quale comprendo solo Allah. 
Inutile dire che il quadretto mi commuove moltissimo e mi vengono le lascime agli occhi, finchè, su invito dell’operando, tutti ripetiamo Amina (= Amen). 
Inizio l’intervento come al solito, ma le cose si mostrano subito molto complicate. C’e’ un piastrone duro fermamente adeso alla parete anteriore dell’addome. Inoltre il cieco non e’ mobilizzabile. 





Dobbiamo addormentare il malato e procedere ad un’ampia aperture della pancia. Ci sono aderenze molto resistenti che coinvolgono sia il peritoneo parietale, sia alcune anse del tenue. 
L’adesiolisi purtroppo causa una perforazione ileale e dobbiamo procedere ad anastomosi ileo-ileale. 
Difficilissimo e’ anche l’isolamento del cieco che e’ “murato” nella fossa iliaca destra. Con paura e pazienza andiamo però avanti piano piano con lo scollamento. Troviamo alla fine l’appendice, che e’ retrociecale e necrotica. La isoliamo con prudenza, la leghiamo alla base e la recidiamo. 
Il cieco e’ tutto sanguinolento ed in parte disepitelizzato, ma non c’e’ una vera perforazione.
Decido quindi di lasciarlo, perchè una amputazione del cieco con anastomosi ileo-colica sarebbe stata un suicidio per il chirurgo, data la situazione delle aderenze. 
Ho quindi lavato abbondantemente la cavità peritoneale, e da ultimo ho inserito dei drenaggi. 
Ora non mi resta che sperare in bene per il post-operatorio. L’intervento, che doveva essere brevissimo, in pratica e’ durato quasi tre ore. 
Ora sono in ritardo gravissimo sulla lista operatoria, che oggi è molto lunga. Mentre vado in comunità verso le 15.30 per mangiare “un boccone” velocemente, mi viene da pensare che a Chaaria l’appendice non e’ mai un intervento semplice. 
Sono quasi tutte retrociecali. Per lo più sono trascurate, e quindi aderenti e difficilissime da isolare. 
Spessissimo già sono perforate e c’è pus in addome al momento dell'operazione. 
Prego davvero Dio (che per il malato semplicemente si chiama Allah) di aiutare il mio paziente e di fare in modo che le anastomosi tengano bene. 

Fr Beppe


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