venerdì 15 marzo 2013

Operazione per un orfano

Joseph ha 9 anni; e’ di Kiamuri ed e’ venuto a Chaaria accompagnato dal nonno.

Ha una brutta frattura del gomito sinistro, documentata da una lastra; l’intervento pero’ non gli e’ stato fatto, perche’ gli mancavano i soldi.

Mi ci sono voluti pochi secondi per capire che la situazione di poverta’ era reale.

Mi e’ bastato vedere che Joseph era vestito con una divisa scolastica lacera (evidentemente in famiglia non hanno altri vestiti da usare a casa, quando il bimbo non e’ in classe). Anche l’abbigliamento del nonno e’ logoro: soprattutto la camicia non ha piu’ un colletto vero e proprio, ma solo tessuto strappato e fili sporgenti.

“Se opero il bambino, ho bisogno di un genitore che stia con lui nel post-operatorio”.

Con gli occhi lucidi il vecchio mi dice: “papa’ e mamma sono morti entrambi, e mi hanno lasciato due bambini. Quello che ho a casa e’ molto piu’ piccolo, e non posso stare in ospedale con Joseph”.


 

Io non ho la forza di fare obiezioni perche’ capisco il dramma dell’anziano signore, e gli chiedo semplicemente di firmare il consenso informato per l’intervento.

L’operazione e’ stata molto difficoltosa, ma il risultato e’ decisamente decisamente buono, anche se la foto della lastra non rende completamente ragione dell’esito, in quanto e’ molto bianca a causa della doccia gessata.

Il referto della radiologa dice comunque che la frattura e’ completamente ridotta ed i frammenti sono allineati ed in asse..

Sono molto contento, in quanto l’epifisi omerale era stata praticamente tranciata via e non aveva alcuna connessione con l’omero stesso.

Joseph e’ in seconda giornata post-operatoria e non ha male; comincia addirittura a giocare con gli altri bambini operati prima di lui.

Il fatto che sia un paziente molto povero mi da’ una gioia aggiuntiva e mi incoragga a proseguire in questo cammino di impegno totale anche in sala operatoria.

Sono molto stanco perche’ le emergenze si rincorrono e non mi danno tregua: anche oggi, a parte la lista operatoria consueta, avremo pure un addome acuto che al momento stanno preparando per la sala. Comunque, il desiderio di essere un punto di riferimento per coloro che non sanno dove sbattere la testa quando sono malati gravi, e’ davvero in linea con quanto i figli del Cottolengo devono testimoniare nella societa’ e nella chiesa di oggi.



Fr Beppe 



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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