mercoledì 20 marzo 2013

Un calcolo della vescica

Jackline era stata operata di cesareo due anni or sono in un’altra struttura. Da allora aveva sempre lamentato dolori al basso ventre, esacerbati dalla minzione.

E’ arrivata a Chaaria l’altro ieri cercando da noi soluzione ai suoi problemi.

Mi ha commosso quando le ho chiesto la ragione del lungo viaggio verso Chaaria, perche’ mi ha risposto: “kwa sababu hapa ni Kenyatta ndogo” (perche’ qui e’ il piccolo Kenyatta; riferendosi all’ospedale universitario di Nairobi).

Anche se non aveva la vescica completamente piena, l’ecografia e’ stata illuminante: formazione iperecogena, rotondeggiante, con evidente cono d’ombra posteriore.

Certamente si trattava di un calcolo.

Durante l’easme sonografico, ho messo la paziente sul fianco e, con mia grande gioia, ho notato che la pietra si spostava verso la parte piu’ declive della vescica.

La difficolta’ piu’ grossa dell’intervento era certamente costituita dalla cicatrice da pregresso cesareo e dalle aderenze tra fascia, muscoli e parete vescicale.

Siamo comunque riusciti ad aprire la vescica per via sovrapubica,senza intaccare il peritoneo. Abbiamo usato la stessa tecnica impiegata nelle prime fasi della prostatectomia transvescicale.





La pietra c’era ed era molto grossa. Fortunatamente era libera in cavita’ e non ho avuto difficolta’ ad estrarla.

Il sanguinamente e’ stato minimo.

Ora la paziente dovra’ tenere il catetere per 8 giorni, come facciamo per i prostatectomizzati, ma fortunatamente non c’e’ ematuria.

La calcolosi vescicale e’ rarissima a Chaaria, soprattutto nella donna. Qualche volta la troviamo come complicazione della cronica ritenzione urinaria in pazienti di sesso maschile con ipertrofia prostatica.

  

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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