Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 23 maggio 2013

La speranza

Spesso quando ero bambino alcuni adulti mi recitavano il proverbio: “chi vive sperando, muore deluso”; però altre volte sentivo un secondo adagio che diceva: “la speranza è l’ultima a morire”.
Sono due visioni tra loro contrastanti, e forse esprimono il continuo altalenare che abbiamo dentro un po’ tutti: qualche volta siamo delusi, scoraggiati e depressi, e la speranza ci sembra una grandissima illusione. In quei momenti sperare ci appare un atto puerile ed inutile.
Però è chiaro che un sentimento del genere può portarci alla disperazione; ecco allora che pian piano ritorniamo a sperare e ad attenderci qualcosa dal futuro.
La speranza è infatti necessaria alla sopravvivenza stessa, alla progettualità ed all’impegno: senza speranza si cade nel disimpegno, nell’apatia, fino a giungere alla depressione e forse anche al suicidio.





Senza speranza non c’è miglioramento e non c’è progresso; da un punto di vista cristiano, possiamo dire che senza speranza non ci può essere conversione, ascesi o anelito alla santità.
Ricordo un episodio tratto dai “Detti dei Padri del Deserto” in cui un allievo chiede al maestro spirituale quale sia il seme del diavolo nel mondo. Il saggio uomo di Dio risponde: lo scoraggiamento. La risposta disorienta il giovane aspirante che osa chiedere spiegazioni più dettagliate. Allora il monaco continua: “se il demonio riesce a seminare in te il seme dello scoraggiamento, allora non ci sarà in te nessuno stimolo al miglioramento spirituale ed alla conversione. Quando sarai così scoraggiato da non sperare più che Dio possa perdonare il tutto peccato, che tu ritieni troppo grande, allora il diavolo ha vinto”.
E’ una storiella semplice ed edificante che però contiene una saggezza profonda: se sono scoraggiato e non spero nella misericordia di Dio, non ho più alcuno stimolo per voler cambiare.
La speranza non è comunque necessariamente una virtù solo cristiana; è una caratteristica necessaria al vivere umano, e come tale trova spazio in moltissimi sistemi filosofici. Per esempio la critica marxiana la considera elemento necessario al progresso. Per Marx si tratta della speranza nella capacità della ragione di evolvere e di portare inesorabilmente al progresso, all’utopia di una società giusta. Ma anche il pensiero marxista sostiene che senza speranza nella forza della ragione l’utopia non si potrà realizzare.
Da cristiani, noi pensiamo alla speranza come ad una delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Dal catechismo sappiamo che la virtù più importante è la carità, mentre fede e speranza spesso ci vengono presentate come sorelle gemelle. Riflettendo da un punto di vista cristiano ora, io penso che questo sia profondamente vero: fede e speranza vanno insieme, sono gemelle, si sostengono e si presuppongono a vicenda.
Io ritengo che la fede aiuti la speranza, anche se si può avere speranza pure in assenza di fede.
Pensiamo al Cottolengo che apriva nuovi servizi e prendeva sempre più malati proprio quando non aveva denaro. Lui sperava che i fondi sarebbero comunque arrivati, perchè aveva una grande fede nella Divina Provvidenza. Anche quando il Re era preoccupato della successione alla guida della Piccola Casa nel momento in cui il Cottolengo fosse morto, lui era invece sereno e pieno di speranza per il futuro: “sarà come il cambio di guardia al cancello del Palazzo Reale”... e naturalmente questa sua speranza, che era forte come una certezza, era radicata nella sua fede.
Quando non ci sono fondi bisogna spendere di più. Se la Provvidenza tarda è perchè non siamo stati abbastanza coraggiosi nell’accettare malati. La Provvidenza non ha mai fatto bancarotta... magari tarda, ma non manca mai. Sono questi solo pochi esempi tratti dal pensiero di San Giuseppe Cottolengo, ma chiaramente ci indicano che lui sempre aveva una  grossa speranza per il futuro (“passeranno grandi famiglie, ma la Piccola Casa non passerà”).
Noi oggi spesso siamo depressi e scoraggiati per il futuro; almeno per quel che riguarda i Cottolenghini, pare che la speranza sia ad un minimo storico: non ci sono vocazioni! Chi porterà avanti i servizi dopo di noi? In quanrant’ anni di Africa i Fratelli non hanno vocazioni locali, se non in numeri veramente esigui: chi porterà avanti Chaaria? Chi si prenderà sulle spalle l’ospedale dopo Fr Beppe? E poi non ci sono soldi: le donazioni sono sempre più esigue e le spese per il personale aumenta in Italia ed anche all’estero: come faremo a portare avanti i servizi?
Siamo senza speranza.
In pratica pensiamo che stiamo morendo, e stiamo morendo delusi, proprio come dice il proverbio.
Il Cottolengo però forse non penserebbe così: quando nella Piccola Casa morivano Fratelli, Suore e Preti per il tifo petecchiale, lui ripeteva sempre che “questo non è ad mortem”. Quando veniva investigato dal governo per timore di una bancarotta, lui coraggiosamente aumentava i servizi, perchè confidava nella Provvidenza, che non manca mai se noi facciamo tutto quello che possiamo e ci sacrifichiamo per i poveri fino al sacrificio della vita.
E’ emblematico il suo esempio della pirmide rovesciata... e purtroppo oggi mi sembra che non seguiamo i suo esempio ma l’esempio della cosiddetta provvidenza umana che il Santo stigmatizzava: lui diceva che le opere della provvidenza umana iniziano con un gran pianificare, come su una base amplissima, e poi, a forza di programmazione, finiscono in un punto, come una piramide. 
Il suo pensiero è semplice: si pianifica molto e si eroga quasi niente, perchè tutto deve essere codificato, regolamentato ed immesso in un budget. Stando in Africa, quante volte vedo cose del genere: organizzazioni complicatissime, che promettono mari e monti. Si fanno progetti, budget, piani quinquennali, riunioni e verifiche; poi... alla povera gente non viene quasi niente. Vedi bei macchinoni girare qua e là per le strade con delle grandi scritte sulle porte, ma il vero aiuto ai poveri è minimo.
Il Cottolengo, nell’ottica della speranza e della fede, invoca invece il principio della piramide rovesciata: le opere di Dio iniziano come un nulla, come un punto, ma poi crescono e si espandono... e per miracolo stanno su, come una piramide rovesciata. Le opere di Dio iniziano senza fodi cassa certi, ma poi inspiegabilmente proliferano e si espandono, e resistono alla prova del tempo.
Mi sento richiamato, interrogato ed affascinato da questa idea: dobbiamo servire, aprirci ai poveri con coraggio, offrire loro servizi anche quando non ci sono sicurezze economiche, anche quando il budget non è sufficiente... e lo dobbiamo fare nella certezza che la Provvidenza non manca. Manca solo se siamo pigri, se non serviano, se non facciamo niente. Lo dice bene il Cottolengo: i poveri sono le cambiali della Provvidenza: quanti più ne hai, quanto più puoi ottenere rimborsi da Dio Padre Provvidente.
Dobbiamo credere nella piramide rovesciata. Dobbiamo essere coraggiosi. Dobbiamo aprirci e servire anche quando le forze sono poche, le vocazioni ancor meno ed il denaro ai minimi termini. Così facendo, diventiamo testimoni di fede e di speranza nello stesso tempo.
A chi mi dice che sono pazzo e che devo pensare al futuro di Chaaria dopo di me, io rispondo che questo non è un mio problema: questo è un problema del Signore. Se il Cottolengo si poteva permettere di dire al Re che alla sua morte la Provvidenza avrebbe dato un calcio in una siepe ed il successore sarebbe venuto fuori, lo stesso voglio pensare anche io. Il mio problema è di dare il massimo oggi, di non risparmiarmi, di evitare la tentazione di non fare oggi per paura di non poter continuare domani.
Questa è una critica che mi sento nelle orecchie dal primo giorno in cui sono arrivato a Chaaria, ma, se io non avessi fatto nulla, per paura che poi non ci sarebbe stata una continuità dopo di me, quante persone non avrei servito fino ad oggi? Quanti sarebbero morti?
Io penso che davanti a Dio non conti quello che si farà a Chaaria tra 50 anni quando sarò morto; io ritengo che conti quello che faccio oggi: una vita salvata ha un valore ineffabile; per me conta salvare tutte le vite che posso finchè ne ho la forza, conta lavorare per la vita oggi, e non astenermi per paura che domani non potremo portare avanti il servizio. Se “anche un solo bicchier d’acqua dato per amore non perderà la sua ricompensa”, ho fede e speranza che tutte le persone che abbiamo servito in questi anni abbiano un grande valore davanti a Dio. E la carità che esercito oggi, coprirà la moltitidine dei miei peccati... anche questo fa parte della mia speranza.
Mi piace poi pensare a Charles de Foucauld: ha voluto tanto vedere un compagno che portasse avanti la sua opera, ma non lo ha visto. E’ morto solo, senza un confratello.
Però oggi sono migliaia coloro che si ispirano a lui in molte Congregazioni.
Quindi anche essere senza vocazioni non necessariamente vuol dire la morte. Forse da questo deserto fioriranno vocazioni in un futuro che noi non vedremo.
In conclusione penso che fede e speranza siano, almeno nella mia personale esperienza, profondamente unite tra di loro.
Aver speranza, mantenere alti gli ideali e spendersi completamente per loro è il segreto di una vita che non conosce depressione e scoraggiamento. Avere un sogno, un’utopia da realizzare ti tiene vivo, ti stimola all’impegno e ti aiuta anche a non confidare solo sulle tue forze ma sull’aiuto di Dio. Pensiamo anche a Martin Luther King Jr: è stato ucciso prima che il suo sogno si avverasse. E’ morto nella speranza, ma oggi la sua lotta ha avuto successo e pian piano il suo sogno sta diventando realtà.
Chiediamo a Dio di essere anche noi dei sognatori, di visionari, degli idealisti che sanno spendersi per i loro sogni e che attraverso di essi mantengono viva la loro speranza.


Fr Beppe




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