Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 4 dicembre 2013

Gestosi gravidica

Sono le 3 di notte quando il cercapersone mi sveglia. Inutile deprimersi: questa è la mia vita e non ci sono altri che possano essere chiamati al posto mio
“Vieni a vedere una donna che ha convulsioni!”
Penso ad una emergenza medica e spero di tornare a letto velocemente.
Invece trovo una donna gravida a termine, in preda a continue convulsioni ed in stato di agitazione psicomotria grave. 
La sua pressione è estremamente elevata a 240/150, ed il suo corpo è generalmente tutto gonfio.
Cerchiamo di inserirle un catetere e di prepararla per la sala: vorremmo fare un’esame dell’urina per poter diagnosticare se ci sono proteine, ma ne ricaviamo solo sangue.
Chiamiamo Jesse all’istante perchè il cesareo di emergenza è l’unica possibilità di salvare quella donna e forse anche il suo bambino. 




Non è facile svegliare il nostro anestesista; onestamente parlando non lo è mai: è raro che risponda al telefono al primo colpo, e solitamente bisogna scavalcare il cancello e bussare violentemente sulla sua porta. Alla quinta telefonata, proprio quando mi decido a ripetere l’irruzione notturna a casa sua, egli finalmente risponde e gli dico di venire rapidamente.
Non è possibile preparare la donna per la sala fino all’arrivo dell’anestesista: siamo in quattro a tenerla, ma lei si contorce come un serpente nel suo coma agitato.
Poi finalmente Jesse arriva e seda la donna in sala parto per la necessaria preparazione preoperatoria.
Entriamo quindi in sala, e l’anestesista approfondisce la sedazione, pregandomi di estrarre il feto molto rapidamente, al fine di evitare che l’anestetico danneggi le sue funzioni respiratorie.
Il bimbo viene fatto nascere in meno di due minuti, ma le sue condizioni respiratorie fanno rabbrividire. E’ inoltre molto piccolo, anche se appare completamente a termine: forse l’ipertensione in gravidanza è durata per vari mesi ed ha causato una cronica ipossia che ha condannato il piccolo ad un importante ritardo di crescita. 
Purtroppo la mamma non era mai andata per alcuna visita di controllo prenatale: se lo avesse fatto, forse si sarebbe potuto sapere in precedenza del suo distubo ipertensivo, e qualcosa si sarebbe potuto fare per prevenire l’attacco eclamptico.
Rianimiamo il neonato e lo mettiamo in incubatrice, ma in quell’ambiente protetto sopravvive solo fino a mezzogiorno, ora in cui il suo corpicino non ce la fa più ed il suo cuoricino smette di battere.
Sono ormai le ore 21 e sono ancora in ospedale. La povera donna è ancora in vita, ma è tuttora incosciente e quindi non sa di aver perso il bambino. Anche lei sta lottando tra la vita e la morte a causa delle convulsioni che facciamo fatica a controllare, e di una pressione arteriosa tuttora assai elevata, nonostante tutte le nostre terapie.
Sono stanco ed anche un po’ scoraggiato: il cesareo era certamente l’unica terapia possibile, ma è sempre brutto quando il piccolo non ce la fa; ora poi stiamo incrociando le dita e sperando di non perdere anche la mamma.
Poco fa poi se n’è andata in Paradiso anche un’altra paziente, gravida al settimo mese, che da giorni lottava per sopravvivere ad uno stato di male epilettico: lei però non era ipertesa, ma una malata di epilessia da lungo tempo. 
Forse la gravidanza l’ha scompensata completamente, e le nostre medicine non sono riuscite a rimetterla in quadro. Pensare che, con la morte della donna, abbiamo perso anche il fetino nella sua pancia, mi riempie di maggior tristezza.
Che mistero sono la gravidanza ed il parto: la donna che abbiamo operato è madre di altri tre bambini e, quando era stata interrogata al momento del ricovero (immediatamente prima di cadere in balia delle crisi epilettiche) ha detto che le altre volte ha sempre partorito benissimo e senza il benchè minimo problema. 
Ha giurato di non essere mai stata ipertesa e poi subito ha perso coscienza a causa della grave complicazione che chiamiamo eclampsia o gestosi gravidica. La mamma epilettica invece era ancora lontana dal parto, e nessuno sa che cosa abbia scatenato le continue crisi che l’hanno uccisa al settimo mese di gestazione
La gravidanza ed il parto naturale sono naturali e fisiologici solo per modo di dire: sono naturali quando si ha la fortuna che vada tutto bene; non ci sono però gestazioni o parti privi di rischi; chi poi pensa che gestire una multipara sia più semplice che trovarsi di fronte ad una primipara si sbaglia di grosso. Le complicazioni sono alle porte e non sempre sei in grado di gestirle, persino in ospedale: ecco perchè ostinatamente chiediamo alle nostre donne di afferire alla clinica prenatale e di non partorire a casa.


Fr Beppe Gaido

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