Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 1 aprile 2014

La filosofia Swahili

Mi ero già soffermato in passato sulla bellezza della lingua Kiswahili e sui profondi significati culturali e filosofici di tante sue espressioni.
Oggi sono stato colpito da un altro modo di dire, già sentito in passato milioni di volte, ma particolarmente dolce alle mie orecchio proprio nella giornata odierna.
Lo sapete tutti che la maggior parte del mio tempo è assorbita dalla maternità e da tutte le sue problematiche. 
Mi occupo quindi molto di vita nascente: di bambini che vengono alla luce senza problemi, ma anche di altri che nascono pretermine e con un sacco di difficoltà a sopravvivere. 
Non mancano nella mia esperienza quotidiana i nati morti o quelli che non ce la fanno e soccombono subito dopo la nascita, senza parlare poi degli aborti naturali e provocati. Difficilissimo per me è poi occuparmi di infertilità, quando una coppia non riesce ad avere un bambino dopo anni di inutili tentativi.



Oggi per la prima volta mi sono soffermato con stupore sul modo in cui le donne in Kiswahili dicono che hanno avuto un bimbo.
In Italiano di solito le donne dicono di “aver partorito”, o di “aver dato alla luce un figlio”; in Inglese invece dicono: “I have delivered a child”.
In entrambi i casi si tratta di espressioni attive, che fanno uso di un verbo transitivo, un verbo cioè che indica un’azione positiva in cui il soggetto è la donna stessa.
E’ la donna che dà alla luce, che partorisce, che riesce ad avere il bambino.
Il Kiswahili invece ribalta la prospettiva ed usa una dolcissima espressione passiva: “nimepewa mtoto”, che potrebbe essere tradotto letteralmente: sono stata donata di un figlio... mi è stato dato un figlio.
Secondo me questo è bellissimo ed esprime un altro punto molto forte nella cultura swahili: il figlio non lo fai tu; lo puoi desiderare; puoi fare dei piani per concepirlo, ma poi il figlio ti è sempre donato da Dio.
“Mi è stato dato un figlio” esprime la chiara coscienza swahili che la vita è dono di Dio di cui sempre bisogna ringraziarlo. Noi non siamo gli artefici ma i beneficiari della vita.
Ogni volta che oggi ho ascoltato le mamme che mi ripetevano con gli occhi lucidi che un figlio era stato loro donato, ho anche pensato a tutte quelle povere donne che tribolano per tanti anni ed un bambino non riescono proprio ad averlo. Il figlio è un dono che non tutti riescono ad ottenere!
Mi sono ricordato oggi, come in un “flash back”, di una sera in Italia a settembre scorso; ero in un bar con degli amici ed ho sentito senza volerlo il discorso di una coppietta seduta al bancone vicino a noi.
Lui ha detto ridendo alla sua ragazza: “vuoi che stanotte facciamo un figlio?”
A parte tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare su questi discorsi in un bar, oggi ho pensato che una donna swahili avrebbe risposto a quel giovane: “stanotte possiamo fare dei piani e possiamo anche sperare di concepire un figlio... ma il figlio lo avremo solo se ci sarà donato da Dio”.


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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