Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 6 maggio 2014

Il lungo cammino fatto insieme

GG è mamma di una bambina di quattro anni ed è felicissima nello scoprire di essere nuovamente incinta. La seguo regolarmente con ecografie ostetriche e tutto sembra del tutto regolare. 
Siamo ormai vicini alla data del parto e GG è a casa sua: una sera, quasi a ciel sereno si trova imbrattata di sangue ed in preda a contrazioni violentissime. 
Prima che i parenti riescano ad arrivare in ospedale, GG è prostrata e quasi incosciente. Bisogna procedere a stabilizzarla ed è opportuno cercare sangue da trasfondere con ungenza. 
Nel frattempo faccio l’ecografia e vedo un enorme ematoma retroplacentare, mentre il feto accusa un distress gravissimo con battito cardiaco ampiamente al di sotto dei cento.
Bisogna correre e rischiare un cesareo seppure con paziente instabile. GG viene addormentata con ketamina per evitare che la spinale abbassi ulteriormente la sua pressione già imprendibile.


Tagliamo quel pancione alla velocità della luce; il maschietto che tiriamo fuori non dà però segni di vita. Siamo scossi e depressi, ma bisogna salvare la vita della mamma, per cui continuiamo a lavorare con attenzione e concentrazione finchè l’intervento finisce e la pressione arteriosa risale grazie ad abbondanti trasfusioni.
Il post-operatorio è regolare, anche se la mamma è depressa, mentre il marito urla nei corridoi e vuol commettere suicidio.
Poi il tempo pian piano lenisce le piaghe del cuore, e sia GG che consorte ritrovano una certa serenità. La figlia primogenita riempie la loro casetta. 
GG è un’infermiera professionale e capisce bene cosa sia un distacco di placenta: una complicazione tanto imprevedibile quanto pericolosa sia per le madri che per i nascituri.
Il marito però è ansiosissimo; desidera il secondogenito, e per me è un duro lavoro il continuo counseling riguardo alla necessità di aspettare prima di programmare un’altra gravidanza: spiego a quel genitore che si tratta comunque di un cesareo, e rimanere incinta troppo presto esporrebbe GG al rischio di rottura d’utero.
Passano quasi due anni ed io finalmente sciolgo la prognosi: la coppia può ora cercare un bimbo, che onestamente non tarda molto a venire.
La gravidanza viene affrontata con ansia da entrambi i genitori che mi cercano preoccupati per ogni minimo problema.
La situazione più ansiogena si verifica circa tre settimane orsono: GG lamenta contrazioni e dice di non sentire i movimenti fetali. 
Me la trovo nuovamente in ospedale verso le 22. Faccio un’ecografia d’urgenza e confermo che siamo a 35 settimane di età gestazionale. Il peso del bambino è prossimo ai 2500 grammi, ma non è abbastanza maturo per essere partorito. Il battito cardiaco fetale non è estremamente brutto ma non è neppure dei migliori: il feto ha una tachicardia superiore ai 180 battiti al minuto, ma non ha aritmia nè presenta decelerazioni del ritmo.
Sono preso tra l’incudine ed il martello, o, come dicono gli inglesi, tra una roccia ed un posto duro: fare il cesareo per evitare che il battito poi peggiori e si ripresenti il dramma di un bimbo nato-morto?
Ma è troppo presto per far nascere la creatura! E se poi, dopo l’operazione ci si accorge che i polmoni non sono maturi ed il piccolo non sopravvive per distress respiratorio? Se lo faccio nascere pretermine e poi non sopravvive, i genitori mi colpevolizzeranno di certo!
Sono angosciato, ma a GG ostento una tranquillità ed una sicurezza che non ho: la ricovero per osservazione, dicendole che il battito sicuramente migliorerà. 
Quella notte dormo male e sono disturbato, ma il mattino seguente l’ecografia mi rassicura e mi dà ragione: con la terapia instaurata, il battito cardiaco ritorna in range. Dimetto GG dopo un paio di giorni, e le do un appuntamento due settimane più tardi in modo da programmare il cesareo elettivo a 37 settimane di gravidanza.
Il giorno programmato arriva e naturalmente nel mio cuore c’è un misto di gioia e di preoccupazione: gioia perchè non mi sono sbagliato ed il feto è effettivamente più grande all’ecografia e del tutto normale; preoccupazione perchè permane il timore che qualcosa di storto accada durante l’intervento.
E naturalmente la sfortuna fa capolino anche stavolta: le infermiere cercano la vena per la preparazione alla sala dalle 5 del mattino fino alle 10.30; ovviamente poi la spinale risale troppo e GG sviluppa ipotensione grave e crisi di apnea. 
Bisogna quindi far nascere il pupo alla velocità della luce, per evitare che le condizioni generali materne influiscano anche sulla salute del nascituro: nasce una bimba molto vispa, che piange vigorosamente subito dopo aver fatto capolino dalla breccia operatoria. 
Anche GG pian piano riprende a respirare e possiamo terminare l’operazione con un minore livello di ansia e tensione.
Il post-operatorio comunque trascorre senza problemi: GG è felicissima, nonostante qualche dolore che controlliamo facilmente con la petidina; suo marito è raggiante e continua a promettermi che preparerà per me un lauto banchetto a base di capretto.
Li saluto pochi minuti fa, in quinta giornata dopo l’intervento; vanno a casa contenti. Lei mi dice soltanto: “Doc, è stato davvero un lungo viaggio che abbiamo fatto insieme”. Lui mi dice: “A casa adesso ho due fiorellini... anzi tre, contando mia moglie che riaccolgo sana e salva”.

Fr Beppe Gaido


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