Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 20 luglio 2014

Gli occhi delle mamme


La mamma è in piedi alle mie spalle ad una manciata di centimetri da me.
Sento sul collo il suo respiro pesante e avverto addirittura il calore che emana dalla sua pelle. Mi guarda ansiosa ed implorante: i suoi occhioni neri compiono una continua gimkana tra me ed il suo bimbo che sto cercando di rianimare sul fasciatoio. 
Qualche volta lascia che la sua spalla sfiori delicatamente la mia, quasi a darmi una spinta per incoraggiarmi a fare di più.

Ha nel cuore una fiducia illimitata nei miei confronti, perchè io sono il dottore bianco, e quindi, nel suo immaginario, io sono più o meno un semidio che sa e può tutto.

I suoi occhi esprimono terrore alla vista del loro piccolo, speranza quando carpiscono dal mio volto qualche segnale di speranza, e totale abbandono nelle mie mani che si muovono veloci sulla sua creatura: dove potrebbero andare se non da me? Chi potrebbe aiutare il suo piccolo se non il medico bianco?

Segue le mie dita mentre pompo ossigeno nei polmoni del suo bimbo; accompagna le mie mani mentre iniettano un farmaco in vena o premono ripetutamente sul piccolo torace per il massaggio cardiaco.

La mamma sta sempre in silenzio: non parla e non chiede, quasi a non rovinare la sacralità delle mie azioni.




Quando ce la faccio a salvare il piccolo, la mia gioia è tutta interiore: vorrei abbracciare quella mamma che si è fidata di me così tanto, ma la cultura locale me lo impedisce. In quei momenti  di gioia solenne, mi devo aspettare un grazie fatto di un timido sorriso accompagnato da uno sguardo pieno di affetto. Poche volte dalle sue labbra affiora la parola “grazie”, ma la riconoscenza la avverto in tutte le sua membra, mentre le cosegno il piccolo e lo deposito tra le sue braccia accoglienti.

Quando non ce la faccio nella mia battaglia per la vita e vince la morte, gli occhi della mamma dapprima vagano sperduti fissando dapprima il mio volto e poi quello del bimbo: non riesce a capire come possa essere successo quanto in cuor suo già percepisce! Io snono il dottore bianco e quindi nel suo immaginario io sono onnipotente: non può quindi essere vero quello che l’evidenza le suggerisce. Il bimbo non può essere morto!

Cerca di catturare il mio sguardo per cogliere la verità nei miei occhi: normalmente mi basta guardarla  intensamente per un attimo per trasmetterle tutto il mio sgomento ed il mio senso di fallimento. Lei capisce anche prima che io parli. Qualche volta ha il coraggio di abbozzare la tremenda domanda: “è morto?”, ed a me basta annuire con il capo, senza proferire verbo. Solitamente piange e singhiozza in modo sommesso: non urla e non fa scene. Capita che voglia toccare il bambino e poi si ritira chiusa nel suo dolore.

Poche piangono forte e si disperano. Per lo più c’è una disperazione silenziosa e colma di dignità.

Quanto affetto passa tra i miei occhi e quelli delle mamme da noi ricoverate!

Quanto dolore e quante gioie riusciamo a condividere in silenzio attraverso i nostri sguardi!

Quanto rispetto vorrei essere capace di trasmettere a questi giganti d’umanità che sono le nostre mammine, così fragili ed indifese, ma anche così forti e dignitose!

Fr Beppe Gaido


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