Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 16 settembre 2014

Chaaria rumorosa


Entri in ospedale al mattino alle otto e vieni accolto dal pianto a volte disperato dei bambini della pediatria: qualcuno ha fame ma non può mangiare perchè è stato operato; altri strillano perchè l’infermiera sta loro prendendo la vena, altri ancora hanno dolori lancinanti dovuti ad estese ustioni su tutto il corpo che comunque bisogna medicare.
Passata la pediatria, ti trovi circondato dalle donne in travaglio: qui la musica cambia decisamente. Sono lamenti ed urla di donne che si preparano dolorosamente alla maternità: senti gemiti repressi, alternati a momenti in cui le donne sbuffano come delle locomotive. Qualcuna si rotola sul pavimenti e grida senza ritegno.
Il mio studio è a fianco della sala parto e del nido dove teniamo i bimbi pretermine ed incannuliamo le vene ai piccolissimi: è quindi normale avere nelle orecchie pianti di mamme e di neonati; è così naturale per me che, quando capitano quegli attimi in cui non c’è nessuno in sala parto, mi sento come in un vuoto surreale che non è proprio di Chaaria.
Dalla parte opposta del mio studio c’è invece la grande sala di attesa dell’ambulatorio: qui il vociare inizia a crescere al mattino presto, e verso mezzogiorno si tratta di vero trambusto. Tutti vogliono essere serviti in fretta. Nessuno si accorge che siamo in pochi che, per far passare 350 persone al giorno, ci vogliono molte ore: si lamentano, borbottano; i più prepotenti bussano alla porta reclamando di essere visitati celermente. 
 
C’è chi finge di aver la vescica troppo piena e piagnucola che si sta facendo la pipì addosso... naturalmente  solo per poter saltare la coda delle ecografie. Ora non ci bado più perchè conosco l’espediente: all’inizio davo la precedenza a questi clienti lamentosi, e quasi sempre li dovevo rimandare fuori a bere acqua, perchè in vescica non c’era una goccia di urina.
E che dire del destista: per quanto lui si impegni con le anestesie tronculari, spesso il gabinetto odontoiatrico  sembra piuttosto una sala di tortura, a giudicare dai suoni che da esso provengono, particolarmente se “sotto i ferri” c’è un bambino!
Nella massa di pazienti in sala d’attesa non mancano mai gli psichiatrici, che per motivi ancora a me sconosciuti, quasi sempre hanno manie religiose: si trasformano quindi in predicatori invasati che urlano a vanvera il nome di Gesù o del demonio, disturbando un po’ tutti, finchè una fiala di sedativo non riesce a riportare la calma.
Non mancano poi mai i bambini irrequieti:  magari sono venuti in ospedale ad accompagnare la mamma malata; loro stanno benone e, per non annoiarsi, scorazzano qua e là per la sala d’attesa, schiamazzando e gridando a più non posso.
Se poi passi per i reparti durante l’orario di visita, è come entrare in una specie di enorme alveare: si ode un vociare confuso e concitato, ed attorno ad ogni letto si assembrano decine di parenti, qualcuno parla con il malato; molti fanno mercato tra di loro. Durante l’orario di visita è anche il tempo in cui vari predicatori delle numerosissime confessioni cristiane e non, vengono ad imporre le mani sui loro malati inscenando riti di guarigione che all’inizio mi davano fastidio per la loro rumorosità, ma che ora ritengo normali in questa cultura.
Quando verso le 19 l’ambulatorio di calma e magari nessuna delle donne in travaglio è troppo vicina al parto, senti che i reparti si animano di canti: sono i malati che pregano. Nessuno dice loro di farlo. E’ per loro spontaneo; direi che è una necessità, soprattutto per le mamme della pediatria, quando vedono i loro piccoli migliorare.
Dopo cena è tutto più quieto, ed è allora che puoi accorgerti del verso gracchiante delle nostre scimmiette notturne.
A Chaaria comunque, nemmeno la notte è silenziosa: dalla mia stanza posso sentire il lamento di alcuni dei buoni figli che non riescono a prendere sonno; mi assopisco quindi al sibilo continuo delle cicale ed allo squittire dei pipistrelli che popolano il sottotetto; mi sono ormai abituato al gracchiare estenuante dei rospi che hanno colonizzato la possa d’acqua del nostro pollaio: sono ormai parte del normale sottofondo e non mi disturbano il sonno.
Ma i galli, quelli sì che mi disturbano!
Pensavo che i galli cominciassere a cantare all’alba, ma a Chaaria il primo di essi si fa sentire alle 3, e ad esso altri fanno eco di tanto in tanto dai vicini pollai. Il culmine dello sciamazzo dei galli è verso le cinque. Ti vien da pensare che qui i galli siano proprio strani e che non capiscano bene quando finisce la notte. Perchè cantano alle 3 di mattina non l’ho ancora capito.
Alle 5.30 invece è il turno degli uccelli tessitori che fanno un baccano tremendo sull’albero davanti alla mia finestra, e dei calabroni che imperterriti sono tornati ad erodere la trave sopra la mia finestra.
Chaaria è davvero un luogo rumorosissimo, ma non è un rumore stonato: è un’armonia di suoni che pare la sinfonia di una grande orchestra.
E come mi mancano questi rumori quando sono fuori da Chaaria!
Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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