Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

lunedì 6 ottobre 2014

Definire Chaaria

Non e' per niente facile dare una definizione compiuta di Chaaria, forse perche' Chaaria e' una realta' molto emotiva, ed e' difficile tradurre i sentimenti in parole scritte.

Chaaria e' una realta' sentimentale in cui percezioni opposte possono coesistere: la ami e la odi; vorresti scappare, ma non riesci a staccarti da essa. 
E comunque Chaaria e' una realta' dalle tonalita' sempre molto forti. 
Sono occhi che ti guardano imploranti, grida tremende di bambini a cui non trovi una vena o a cui stai facendo una dolorosissima medicazione per una ustione tremenda. 
Sono anche sorrisi furtivi delle mamme che hai aiutato ad avere un bambino, magari in sala operatoria. Sono lacrime di chi ha perso un parente e non se ne puo' dar pace.
Chaaria sono centinaia di volti che popolano la tua giornata; sono nomi strani ed a volte fiabeschi che non riuscirai mai a ricordare; sono odori di umano che cambiano a seconda della tribu' a cui appartiene il paziente che stai visitando.


Chaaria e' anche una coppia di sposi con cui sei amico e che ti hanno scelto come loro ginecologo di fiducia. Essi vengono da te trionfanti e ti portano la notizia che insieme hanno avuto da Dio il dono della gravidanza. Vogliono l'eco per vedere il loro pargolo per la prima volta, e quindi ti chiedono di essere seguiti per la prevenzione prenatale. Tu accetti e te ne senti orgoglioso... ma poi tutto ti crolla, quando il primo risultato che ricevi dal laboratorio e' un test HIV positivo per entrambi; e sei proprio tu a doverglielo dire: non ci sono scappatioie!
Chaaria è Antony, che non sa perché, ma a otto anni ha un tumore tremendo del rene che gli ha praticamente riempito tutto l'addome. La sua famiglia non ha il denaro per l'operazione. Maledetto denaro... tutto dipende sempre e solo da lui, anche la morte dei bambini. Poi comunque forse e' gia' troppo tardi per sperare in una guarigione. 
Questo e' un altro dramma della poverta' che Chaaria ti offre ogni giorno su un piatto d'argento. Non passeranno molti giorni ed Antony sara' un agioletto in piu' in Paradiso. Un angioletto troppo piccolo per chiedersi come mai sia successo proprio a lui ed alla sua mamma.
Chaaria è Peninah che si sta spegnando per un rarissimo tumore agli organi genitali esterni. Ha ventotto anni ed io l'avevo implicitamente accusata di essersi procurata quel cratere maleodorante con una pratica abortiva tradizionale. 
Lei ha sempre negato, finche' l'evidenza mi e' diventata chiara. Non un aborto ma un tumoraccio. Enrico l'ha operata, ma era anche per lei troppo tardi. Peninah è ormai una fiammella che si allontana sempre più. E' molto anemica e non si regge in piedi: ha un bambino piccolissimo che non puo' allattare ed un marito giovanissimo via via piu' confuso.
La mia fede in questo momento non e' molto forte, e spesso mi viene da pensare a quella canzone di Roberto Vecchioni che dice: "ma perche' Dio non fai qualcosa?"
Nonostante le mie piccole crisi di fede, sono comunque convinto che Dio c'e', ed e' presente soprattutto qui, con i sofferenti che non possono curarsi proprio perche' sono troppo poveri per pagare cure magari disponibili.
Il difficile per me e' scoprire la Sua presenza quando Lui non fa le cose come le vorrei io: "Dio, perche' non lo guarisci? Perche' non puoi fare il miracolo?"
Ma Chaaria e' anche quel posto tremendo in cui il contatto quotidiano con la sofferenza ti ricorda che il nostro Dio non e' come il Mago di Oz: non fa i miracolini per far vedere che Lui può. 
Il nostro e' il Dio degli ultimi e degli emarginati, degli abbandonati e dei senza speranza.
Lui e' sempre a Chaaria: con Antony, con Peninah, con i miei amici sieropositivi, con tutti quelli che soffrono e muoiono. 
Certo, la rabbia a volte è tanta. Il difficile e' proprio abbassare la testa; fare tutto quanto possiamo per lottare contro il male, stremarci di fatica per i nostri malati, e poi, quando non ne possiamo piu', lasciare che si compia la Sua volonta'.
Ma Chaaria non e' un posto triste o lugubre. 
Qui si sperimanta la vita semplice e le piccole gioie che sono il segreto della felicita' vera. Cito Frei Betto: "nella vita per essere felici serve solo un po' di pane, del buon vino e un grande amore. La vita semplice, come dice Gesù: beati, si', beati i cuori semplici. E' la semplicità che fa scoprire una libertà interiore". 
E poi a Chaaria ci sono anche tante soddisfazioni: il problema e' solo che sovente. spendiamo più tempo a pensare alle ombre che alle luci. 
Sono tante le persone a cui salviamo la vita; i malati gravi che tornano a casa ristabiliti. 
C'e' poi il nostro quotidiano contributo alla continua opera della creazione, contributo che tocchiamo con mano ogni giorno in modo emotivamente pregnante soprattutto nel campo dell'assistenza al parto. Li' si' che ci sentiamo portatori di vita!
Potrei raccontarvi di Kanana, che ha partorito dopo un cesareo notturno difficilissimo una bimba bella come il sole. Le storie sarebbero ancora moltissime, ma adesso è tardi e devo tornare in ospedale.

Fr. Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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