Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 7 ottobre 2014

Keneth

E' un bambino di due anni di età che era stato ricoverato per vari giorni in un ospedale del Tharaka a motivo di una diarrea con muco e sangue.
In quella struttura avevano fatto diagnosi di gastroenterite e lo avevano trattato con metronidazolo, ponendo come causa probabile della malattia una infezione da ameba.
Il piccolo però non era mai migliorato e la diarrea era continuata.
Negli ultimi tre giorni era comparsa anche una distensione addominale che aveva convinto il personale di quella struttura a dimettere il paziente per mandarlo a fare una ecografia (esame non disponibile in quell'ospedale).
I sanitari avevano dato ai genitori una visita di controllo dopo due settimane.
Quel papà e quella mamma erano sì poveri, ma certamente non sprovveduti in quanto sono venuti subito a Chaaria (50 chilometri di strada molto difficile). Sono arrivati verso le 13 e sono stati visitati dai nostri clinical officers Jonah e Lillian.



Devo davvero complimentarmi con loro perchè in tempo reale essi mi hanno chiamato e mi hanno informato che avevano un bambino con una intussuscezione intestinale.
Sono accorso ed ho visitato il piccolo: non vomitava ma era estremamente disidratato; nel pannolino aveva solo muco limpido con qualche macchia di sangue; anche l'esplorazione rettale non ha dimostrato feci in ampolla. In regione peri-ombelicale si palpava però una massa dura ed estremamente dolente.
L'ecografia mi ha dimostrato un conglomerato di matasse intestinali dilatate.
Ho quindi deciso per l'intervento d'urgenza, anche se nel referto ecografico mi sono tenuto sul vago ed ho scritto: addome acuto da possibile intussuscezione o volvolo intestinale.
Alle 14.30 avevamo già aperto quel piccolo addome ed abbiamo in effetti scoperto che Jonah e Lillian avevano avuto perfettamente ragione: una lunga invaginazione intestinale in cui la valvola ileo-cecale era penetrata dapprima nell'ascendente e poi nel trasverso. La testa dell'invaginazione era addirittura alla flessura splenica.
Ci sono stati momenti abbastanza tesi in sala in quanto non si riusciva a devaginare i visceri ed avevamo paura di causare perforazioni intestinali... ma con pazienza certosina ci siamo pian piano riusciti.
Al principio, l'apparenza dell'intestino riportato in posizione normale era molto preoccupante, ma poi, dopo alcuni minuti di impacchi con fisiologica sterile, le anse sono tornate ragionevolmente  rosee. Abbiamo quindi deciso di non praticare alcuna resezione intestinale.
Keneth ora è stabile nel post-operatorio.
Noi ci sentiamo molto contenti di quello che abbiamo fatto: Lilian e Jonah sono stati bravissimi a fare diagnosi, e noi siamo stati pronti nel fare l'operazione: poche ore ancora e quell'intestino sarebbe stato necrotico ed avremmo dovuto sacrificarne una grossa porzione, con non pochi rischi per la vita del bambino.
Ringraziamo di cuore il Signore per questa bella storia a lieto fine.


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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