Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 14 dicembre 2014

I buoni figli

Chaaria  non è solo un ospedale che aiuta tantissima povera gente. Nella nostra missione infatti ospitiamo anche 53 disabili mentali che qui hanno trovato la loro casa. 
Si tratta di un gruppo molto eterogeneo dal punto di vista della gravità del deficit mentale, della patologia ad esso sottosstante e, non ultimo, dell’età media che varia dai 15 ai 65 anni.
Noi siamo la loro unica famiglia. Siamo i loro genitori, ed essi sono i nostri figli. Li chiamiamo “buoni figli”, seguendo l’insegnamento di San Giuseppe Cottolengo, il quale così li definiva, in aperta contrapposizione ai termini che in quegli anni venivano comunemente usati nei loro confronti (fatui, scemi, cretini, ecc). Essi sono quindi i nostri “buoni figli”: buoni perchè semplici, umili, abbandonati ed indifesi; buoni perchè pieni di tenerezza e di riconoscenza.
Il nostro fondatore li definiva spesso le “perle della Piccola Casa”; altre volte, per richiamarne la centralità nella nostra spiritualità e nella nostra vita, li definiva “la pupilla della Piccola Casa”. Fortissimo è poi il termine padroni a loro riferito: “sono essi i nostri padroni”; noi quindi non ne siamo che i servi.



Fedeli agli insegnamenti del Cottolengo, anche a Chaaria ci sforziamo ogni giorno di servirli ed onorarli: la nostra fede ci dice che in quelle umili creature, che agli occhi del mondo non sono che uno scarto, noi possiamo in realtà contemplare, assistere ed avere tra le mani Gesù stesso. Con il fondatore poi, anche noi crediamo che più essi sono disabili, deformi o difficili, e più da vicino rappresentano Gesù Cristo che si fa riconoscere nei più piccoli (Mt cap 25).
La maggior parte dei “buoni figli” che hanno trovato casa a Chaaria sono orfani, e praticamente tutti sono completamente abbandonati.
Può capitare infatti che all’inizio noi siamo in contatto con le famiglie: soprattutto prima del ricovero, essi promettono che verranno a visitare il cliente che intendiamo accogliere, ci assicurano collaborazione e sostegno; però, non appena ottengono quello che desiderano ed il parente disabile è ricoverato nel nostro centro, pian piano diradano le visite, fino a scomparire completamente.
Ovviamente tali comportamenti ci preoccupano moltissimo, in quando comprendiamo l’importanza del coinvolgimento delle famiglie nel piano educativo dei nostri ragazzi; vorremmo che le persone care ci aiutassero nel prenderci cura di loro, per non sradicarli completamente dall’ambiente domestico. D’altra parte ci rendiamo conto che il disinteresse da parte dei familiari è in se stesso una componente centrale della povertà dei nostri ricoverati: essi sono realmente abbandonati, non voluti, dimenticati e scartati. Anche quando forziamo un po’ la mano ed obblighiamo i parenti a prenderseli a casa per qualche giorno, sovente notiamo che i “buoni figli” ritornano al centro malati, disidratati, sporchi e qualche volta pieni di pidocchi.
E’ sotto gli occhi di tutti che per la stragrande maggioranza di loro noi siamo davvero l’unica famiglia: questo implica non solo che essi vivranno con noi fino all’ultimo respiro, ma anche che saranno sepolti nel nostro piccolo cimitero, magari senza un singolo parente presente al funerale.
Alcuni dei “buoni figli” sono realmente poveri, e certamente le famiglie non potrebbero materialmente prendersi cura di loro; qualcun altro non ha assolutamente nessuno (pensiamo a Njeru o a Isidoro; come non citare poi Kimani che fu trovato tra i “ragazzi di strada” di Nairobi).
Altri però hanno alle spalle delle famiglie economicamente stabili, che però rifiutano di prendersi cura di loro e a volte anche di pagare la piccola retta mensile che farebbe tanto comodo al sostentamento della missione.
Comunque sia, in genere non siamo mai in grado di reinserirli in famiglia, in quanto qualcuno è realmente solo, ed altri sono completamente abbandonati.
Il centro originariamente era stato costruito per 30 ricoverati, ma adesso in esso ne ospitiamo 53: la ragione di un tale sovraffollamento va ricercata nel fatto che abbiamo tantissime richieste per casi davvero pietosi. Da una parte vorremmo dire: “spiacenti, siamo al completo”; dall’altra però ci manca il coraggio di farlo e continuiamo ad aggiungere posti letto. Nonostante tutti i nostri sforzi, anche oggi abbiamo comunque centinaia di richieste a cui non siamo in grado di rispondere: il motivo di una tale situazione sta nel fatto che nel Meru sono pochissime le strutture che si prendono cura di handicappati gravissimi come i nostri.
Tecnicamente,  la nostra struttura dovrebbe essere esclusivamente per disabili mentali; spesso ci troviamo però di fronte a difficili casi di coscienza, quando per esempio ci viene presentata una persona bisognosa, ma con disabilità soltanto fisica (normalmente dopo un trauma che ha causato danno irreversibile alla spina dorsale e conseguente paralisi): noi dovremmo rifiutare pazienti del genere, ma la totale assenza di strutture a cui riferirli ci porta a volte a fare delle eccezioni e ad accettare anche disabilità di questo tipo (con tutti i problemi psicologici e relazionali che in seguito si possono creare quando una persona normale vive insieme ad un debole mentale).
Qualcuno talvolta ci chiede quali siano i criteri da noi seguiti nel ricovero dei nostri “buoni figli”, visto che non siamo in grado di accogliere tutti coloro che ne fanno richiesta.
Seguendo la spiritualità di San Giuseppe Cottolengo, normalmente noi cerchiamo di mantenerci fedeli a due criteri fondamentali: il primo è quello di dare priorità assoluta al più povero, o dal punto di vista economico oppure per il totale abbandono; nel caso due persone abbiano più o meno lo stesso livello di povertà ed il posto a disposizione sia solo uno, allora scegliamo quella  con la disabilità più grave.
Vivere con i buoni figli onestamente non è affatto semplice: qualche volta essi puzzano tremendamente; sovente sono incontinent di urina e feci; bisogna imboccarli, lavarli, far loro la doccia, metterli in carrozzina prima e più tardi di nuovo a letto. Dobbiamo essere doppiamente attenti a capire quando non stanno bene, perchè di solito non sono in grado di esprimersi e di dirci che hanno dei problemi.
Però, onestamente parlando, vivere con loro è anche estremamente gratificante, perchè essi sono molto teneri ed affettuosi, e sanno davvero farci sentire l’affetto che provano per noi. Spendendo la vita con loro, giorno dopo giorno ci rendiamo conto che è molto di più quello che riceviamo da loro, rispetto a quanto per loro possiamo fare.
Essendo la loro unica famiglia, e riconoscendo in loro una special presenza di Gesù che ha voluto essere presente nei piccoli, noi cerchiamo ogni giorno di dare loro il meglio: per questo non solo li laviamo, nutriamo e vestiamo; non solo ci prendiamo cura di tutti i loro bisogni fisiologici, ma cerchiamo anche di promuoverli come persone, offrendo loro scuola speciale, laboratori occupazionali, gite al di fuori del centro, piccole festicciole casalinghe e celebrazioni familiari: se essi sono “buoni figli”, noi abbiamo infatti il dovere di essere buoni genitori. Inoltre con loro anche preghiamo, in quanto ci riconosciamo tutti figli di un buon Padre che si prende cura di noi con la Sua Divina Provvidenza.
Quando sono con i “buoni figli”, chiaramente percepisco nel cuore che la nostra convivenza è uno scambio: io dono loro il mio tempo, la mia forza, le mie capacità, il mio servizio; ed essi mi ripagano ampiamente con la loro bontà, con la loro semplicità e con il bene tenero che sanno esprimermi. Mi sento chiamato chiamato ad essere la mente di chi è nato incapace di usare la sua; ad essere le gambe di coloro che sono condannati ad una vita in carrozzella; ad essere le mani di quelle persone tanto sfortunate da non essere in grado neppure di mangiare o di lavarsi da sole. Questa è la meravigliosa bellezza della nostra vita con i “buoni figli”: non ci sono benefattori o supereroi; c’è solo una famiglia in cui i sani camminano insieme ai disabili su un piano di assoluta eguaglianza, condividendo i talenti che ognuno ha gratuitamente ricevuto da Dio Padre.

PS: nella foto un momento della Messa solenne, il giorno di San Giuseppe Cottolengo.


Fr Beppe Gaido  


1 commento:

Anonimo ha detto...

"Un ricordo indelebile, un giorno d'amore vissuto con loro, i loro sguardi innocenti sono custoditi nel mio cuore. Se le mie braccia fossero grandi li abbraccerei tutto. Con affetto e fratellanza rivolgo a loro il mio pensiero. Abbracciali da parte mia Beppe." Francesco74

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