Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 23 gennaio 2015

Chaaria e dintorni

Il sole stava scendendo lentamente. Lo guardavo, rosso sopra gli alberi, mentre camminavo a passo veloce con il mio amico Francis. Avevamo fretta di arrivare in cima alla collina per contemplare l’ultimo tramonto prima che egli ripartisse per l'Italia.
Il sentiero si inerpicavava ripido, una fresca brezza faceva ondulare le alte erbe dei campi incolti. Era un piacere camminare liberi per una mezz’ora di pausa, dopo una giornata massacrante di lavoro in ospedale. Francis aveva una fifa matta delle zanzare e mi diceva di camminare veloce, perché sapeva che, al tramonto, esse diventano più affamate di sangue umano.

Mentre salivamo i passanti ci chiamavano urlando : “Muga! Mugeni! Ore omwega? Eta buega!" (Ciao, state bene? Buona passeggiata!).
La gente a quell’ora ritornava alle modeste abitazioni e ci ci salutava sorridendo. Dopo tanti anni di sacrifici e di servizio a Chaaria, ci conoscevano  bene; i nostri volti erano ormai familiari e noi eravamo entrati, a pieno titolo, a far parte del loro villaggio. Francis era entusiasta, anche se vedevo nei suoi occhi la malinconia per la partenza del giorno dopo.
Arrancando su per la collina, arrivammo al grande baobab che ancora non era stato abbattuto dalla gente, per ricavarne legname da costruzione. Nella luce fioca del tramonto si ergeva davanti a noi maestoso, solitario e triste. Sussurrai a Francis: “Pensa che è qui e cresce su questa collina da millenni!”.


Eravamo estasiati di fronte a quell’albero, che spiccava verso il cielo come un gigante, coperto di muffa grigia sotto il cielo che scoloriva.  Spiegai a Francis che nei periodi di siccità è spoglio, ma fiorisce non appena comincia a piovere. I suoi frutti pendono alle estremità dei rami, che si assottigliano come esili dita. Anche se una tempesta lo abbatte, riesce a sopravvivere. La corteccia è fatta per rifrangere i raggi del sole, disperdendo solo un numero minimo di gocce delle tante tonnellate d'acqua nascoste nella polpa porosa, che - si dice - piace tanto agli elefanti. Ripetei al mio amico che questo albero rimane nella mia mente come l'immagine della gente d'Africa, forte, coriacea, sempre in lotta per la vita e capace di rialzarsi dopo ogni uragano.
Riprendemmo poi a camminare veloci, per non essere sorpresi dal buio; provavamo un piacere fraterno nel parlare liberamente, ci faceva bene dentro e ci lasciava più buoni.
 Il nostro sguardo si perdeva oltre le colline, che apparivano bellissime, arrossate dalla luce del tramonto, e sognammo, per un attimo, un mondo diverso, più umano, più giusto e luminoso: un mondo senza violenza  nel quale l’umanita possa vivere in armonia senza ammazzare i propri simili.



Nella nostra passeggiata incontrammo tanta gente ed un nugolo di bambini scalzi che continuavano a chiedere: “caramella, caramella”. Notavamo una serenità di fondo; in alcune case, dove probabilmente c’era qualche celebrazione,  assistemmo con stupore alle danze, ai canti, ai suoni, alle preghiera dense di speranza e cariche di serenità; intuimmo la festa della gente e la gioia dei colori;  per un attimo gustammo la semplicità dei poveri e toccammo con mano quanto per loro sia importante pregare e sentire che Dio è loro vicino. Anche le canzoni che canticchiano tra sè e sè sono quasi sempre a sfondo religioso: qui una vita senza Dio non è compresa. Non importa quale Dio! Può essere il Dio dei Cristiani o quello del Musulmani, quello degli Indu o quello che, secondo la tradizione ancestrale, abita la sommità del Monte Kenya...ma non si può pensare ad un essere umano che non ha fede in Dio. Incontrammo baracche povere, senza corrente elettrica, senz’acqua e senza protezione alcuna. Dalle fessure entrano gli insetti, che, annidandosi nei pori della pelle, sicuramente portano malattie e infezioni ai poveri abitanti che, vedendoci arrivare nei pressi della loro magione, ci venivano incontro sorridenti. I bambini poi erano bellissimi:  in  poco tempo  formarono una lunga coda che ci seguiva schiamazzando e cantando. Sembravano tutti della stessa età. Portavano addosso pochi stracci; molti avevano indosso la divisa scolastica ormai sgualcita: evidentemente  a casa non avevano altri vestiti. Ci accompagnarono alla cima della collina, tra piante di papaia, mango, canne da zucchero e banane. Davanti ad una capanna scorgemmo una donna intenta a cucinare: sul fuoco un pentolone dove bollivano legumi e polenta bianca di granoturco. Passammo in posti bellissimi tra arbusti ed alberi secolari; i bananeti erano spesso i tratti di sentiero più affascinanti. Lungo il cammino incontrammo case di fango e paglia, altre di legno e “mabati” (lamiera ondulata), altre anche in pietra: a Chaaria la sperequazione sociale tra chi è molto ricco e chi non ha nulla è particolarmente evidente.  I bambini sono semplici e non si vergognano a dirci che quella baracca di fango apparteneva alla loro famiglia. Un adulto molto probabilmente non lo farebbe mai perchè si vergognerebbe davanti ad un “bianco”, che per definizione e stereotipo deve essere per forza ricco.
Arrivammo in cima, appena in tempo per assistere ad un tramonto mozzafiato, con colori vivissimi e raggi di luce che ci fecero pensare alla mano di Dio che ci aveva protetti in questa breve gitarella. Francis  si attardava facendo foto, stregato dal maestoso spettacolo che la natura ci offriva. Io insistetti  perchè, dopo il calar del sole, il buio arriva molto in fretta. Per un attimo lui non ne volle sapere  affascinato nella contemplazione del tramonto.
 “Forza, bisogna tornare in fretta perchè non abbiamo le pile e fra un po’ non si vedrà più niente!”… Pochi minuti più tardi, la Provvidenza ci fece comunque incontrare una persona a noi molto cara: “Che bello; adesso siamo più tranquilli, perchè lei ci vede anche se è notte e poi, essendo di qui, ci può proteggere un po’ anche dagli ubriaconi che, a quest’ora di sabato, non possono mancare”.
La notte, calata di colpo, ci regalo’ l’ultimo dono di Dio: una stellata incredibile che in Italia puoi vedere solo  sulla cima di una montagna, al buio. Chaaria è sull’equatore e questo fa sì che da qui si possano ammirare tanto le costellazione dell’emisfero nord, quanto quelle dell’emisfero sud. Francis è un esperto e mi spiego’ un sacco di cose mentre camminavamo allo scuro, cercando di non inciampare. Io lo ascoltavo a mala pena, perchè molto impegnato a cercare di capire dove mettere i piedi nel buio, che ora era diventato assoluto. Contemplavamo la via Lattea e poi cercavamo di guardare per terra dopo aver incespicato per l’ennesima volta. Le casette attorno a noi erano ora buie o appena illuminate dalla lampada a cherosene e questo faceva da contrasto con l’insieme di luci al neon che ora appariva all’orizzonte: “ecco il Cottolengo Centre”, ci disse la nostra guida. Francis paragono’ questo insieme di luci, che si stagliava di fronte alla nera collina, al castello dell’Innominato di manzoniana memoria. Io guardavo e, considerando lo stacco tecnologico tra la nostra dimora e quelle che avevamo visto per strada, non potevo che acconsentire.
Arrivati al cancello, salutammo il nostro angelo custode che riprese il cammino nell’oscurità.
Corsi in cappella, sperando di arrivare in tempo almeno per il Vespro. Un momento di grande bellezza; anche la stanchezza fisica ed il dolore alle gambe certamente mi  aiutarono a  purificarmi un po’ dalle tossine e  tensioni accumulate in ospedale.
Entrai in cappella, impolverato e sporco, ma con il cuore pieno di riconoscenza verso il Signore.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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