Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 4 febbraio 2015

Accade spesso a Chaaria alle due di notte

Carissimi amici,
vi scrivo alle 22.35 mentre aspetto che l'infermiera prepari l'ennesimo cesareo ad un'ora non proprio comoda.
Sono a pezzi perchè l'altra notte la chiamata è arrivata alle 2 del mattino, dopo che avevamo finito in ospedale alle ore 23.
L'infermiera mi aveva detto che una donna con pregresso cesareo e gravidanza alla trentesima settimana lamentava doglie continue, febbre e vomito.
Ero sceso in ospedale per un'ecografia e mi ero purtroppo accorto che il piccolo feto era già morto.
La donna aveva una "facies peritonitica" e la palpazione addominale era quasi impossibile a causa di dolore lancinante e rigidità lignea della parete.
L'eco ha anche dimostrato una falda liquida in peritoneo... cosa che mi ha fatto subito pensare ad una rottura d'utero.
Ero molto triste in quanto, giorni prima, avevo ricoverato quella mamma per una rottura prematura delle membrane ed una mancanza di liquido amniotico: lei aveva accettato il ricovero continuando a chiedermi se il bimbo sarebbe nato pretermine o sarebbe rimasto in utero fino alla fine.
Io le avevo detto che avrei fatto del mio meglio, anche se non le potevo promettere il successo al 100%.
In effetti mi sarei aspettato un parto pretermine, nonostante le terapie... ma non una rottura d'utero a 30 settimane.


La triste verità è però venuta allo scoperto in sala operatoria: le lacrime di quella donna erano lacrime di coccodrillo! Quando mi chiedeva se il bimbo sarebbe uscito pretermine, in realtà essa esprimeva un desiderio di liberarsene!.
Infatti, aprendo l'addome mi sono reso conto che l'utero era davvero rotto, ma insieme al sangue, in peritoneo c'era del pus.
Con difficoltà ho poi estratto il feto senza vita dalla tremenda breccia sulla parete anteriore dell'utero; in mano però mi sono trovato non solo la creatura, ma anche il famigerato ramoscello di cassava con cui le fattucchiere qui inducono il travaglio. 
Ecco perchè quell'utero si era rotto: da una parte quel rametto aveva fatto da corpo estraneo che puntava sulla parete e dall'altra l'infezione aveva reso l'organo molto debole. Ecco perchè la febbre e la peritonite!
Sono riuscito a riparare quell'utero martoriato, anche se in alcuni momenti ho temuto di dover fare una isterectomia d'urgenza.
Siamo rimasti in sala dalle 2.30 del mattino fino alle 4.30. La paziente è rimasta stabile e non ha perso molto sangue. Credo che ce la farà, grazie agli antibiotici ad ampio spettro. Ora rientro in sala, stremato e senza forze con la sola speranza che questo sia l'ultimo cesareo di questa notte.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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